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Riccardo Frezza

photo by Riccardo Frezza

August 26, 2026

Riccardo Frezza, 40 anni da paparazzo in Sardegna: storia di un mercante di immagini

Dagli scatti alle celebrità alle immagini che hanno contribuito a costruire il mito glamour della Sardegna

Riccardo Frezza appartiene a quella generazione di fotografi per cui uno scatto non era soltanto un’immagine, ma una notizia da inseguire, conquistare e far arrivare in redazione prima degli altri. Triestino di nascita e milanese di formazione, ha lavorato per alcuni dei maggiori settimanali italiani, raccontando celebrità, feste e cronache di costume. Da quarant’anni lavora in Sardegna dove ha documentato il volto glamour dell’isola. Quelle storie confluiscono ora in Storia di un mercante di immagini, edito da Nemapress, presentato il 29 luglio a Porto Cervo.

Come nasce la sua passione per la fotografia?

Quasi per destino. Da ragazzo trovai una macchina fotografica vicino a una fontana, nei pressi di casa. Cominciai a usarla, poi vidi un film sulla fotografia e pensai che avrei potuto provarci davvero. All’inizio furono matrimoni, battesimi, ritratti. Poi decisi che sarebbe diventato il mio mestiere.

Il vero punto di svolta?

È stato Milano. A lei devo tutto. Ci ho vissuto trentacinque anni e lì ho imparato la disciplina del lavoro. Milano non perdona: o diventi professionista o ti divora.

Come arriva in Sardegna?

Un collega mi chiamò per aiutarlo durante una stagione estiva. Dovevo restare per venti giorni, forse un mese. Ma una volta lì, ho capito che questa isola era ben più di un luogo di passaggio. Ci lavoro ogni estate da 40 anni, e da alcuni anni ho anche la residenza ad Arzachena.

Lei rivendica con orgoglio il mestiere di paparazzo.

Perché è un grande lavoro giornalistico. Devi prevedere le mosse, conoscere i luoghi, costruire una rete di rapporti. Prima dei social le notizie arrivavano dagli amici, dagli alberghi, dai ristoranti, dalle spiagge. Poi bisognava trovare il personaggio: un lavoro da detective, fatto di attese e appostamenti.

Quali immagini considera più emblematiche?

Le ultime fotografie di Lady Diana in Sardegna, scattate poche ore prima della sua morte, e quelle di Berlusconi con la bandana.

Perché ‘mercante di immagini’?

Perché non bastava scattare: bisognava vendere e far arrivare le fotografie a Milano prima degli altri. Si spedivano con il ‘fuorisacco’ e si correva nei laboratori aperti tutta la notte. Era un mondo faticoso, pieno di strategia e adrenalina.

Si è spesso definito anche ‘paparazzo gentiluomo’, vero?

Sì, perché non ho mai avuto cause o denunce. Ho sempre cercato di stare sulla linea del rispetto, senza ricatti né scorciatoie. Fotografare un personaggio pubblico in vacanza significa documentare un fatto di costume. È giornalismo, purché sia fatto con serietà.

Che cosa ha dato la fotografia alla Sardegna?

Noi fotografi abbiamo contribuito a portarne nel mondo il volto glamour: Porto Cervo, le barche, le feste, i grandi personaggi. Oggi Instagram brucia tutto, ma quelle immagini hanno costruito un immaginario che resiste. Un’epoca che il libro restituisce dall’interno.

Prima di salutarci, a chi dedica il suo grazie?

Lo dedico al mio storico socio, Salvo La Fata: lavoriamo insieme da quarant’anni e senza di lui il mio libro avrebbe molte pagine bianche.

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