Massimo Sestini, il Maestro delle immagini aeree
Il fotografo racconta una vita tra scatti iconici, voli, immersioni e il legame speciale con la Sardegna
Da oltre quarant’anni racconta il mondo da una prospettiva unica. Dai grandi eventi di cronaca ai reportage di guerra, fino alle immagini aeree che sono diventate la sua cifra stilistica, il fotografo Massimo Sestini ha trasformato ogni scatto in un racconto. Nel 2015 ha vinto il World Press Photo con Mare Nostrum, fotografia simbolo del dramma delle migrazioni. Con lui ripercorriamo una carriera in cui passione, intuizione e coraggio si intrecciano al profondo legame con la Sardegna, terra dove affondano alcuni dei suoi ricordi più cari e dove ha realizzato lo scatto che cambiò la sua vita professionale.
Sardinia as seen from aboveQuando hai scoperto la passione per la fotografia?
Credo di averla ereditata da mio nonno paterno. Era innamorato delle Dolomiti. Ogni estate portava me e mio fratello a fare lunghe passeggiate in montagna, e, una volta a casa, montava il proiettore, stendeva il telo e ci mostrava le diapositive delle sue escursioni. Poi, a dodici o tredici anni, mio padre mi regalò una piccola Pocket 110 di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti. Al liceo ero già il fotografo delle foto di classe e, poco dopo, iniziai a seguire i concerti rock. Bruno Casini organizzò al Casablanca di Firenze una mostra dei miei scatti, intitolata Un diciassettenne e il suo obiettivo. Mi iscrissi a Scienze Politiche, ma avevo ormai capito che la fotografia sarebbe stata la mia strada. Entrai alla Press Photo come stampatore e ragazzo di bottega, dove imparai il mestiere accanto a professionisti come Fulvio Frighi. Dopo un paio d’anni, però, decisi di partire: volevo fare reportage, raccontare il mondo.
La Sardegna, quando è entrata nella tua vita?
Da ragazzo praticavo windsurf tra Torbole, sul lago di Garda, e Porto Pollo, all’Isola dei Gabbiani. Con il lavoro iniziai a frequentare Porto Cervo anche per reportage, servizi di costume e fotografie ai personaggi che vi trascorrevano l’estate. Ho navigato molto in Sardegna, vissuto il mare da velista e da subacqueo. Le sue acque hanno una trasparenza unica, che mi ha permesso di realizzare alcuni dei servizi più belli per la Marina Militare, compresi quelli sui sommergibili. E sempre lì, nel 1991, arrivò lo scatto che cambiò la mia carriera: Lady Diana in bikini a Capo Coda Cavallo.
La fotografia dall’alto è diventata il tuo tratto distintivo. Quando hai scelto questa prospettiva?
È stata una necessità. Negli anni delle stragi di mafia mi accorsi che, arrivando sui luoghi degli attentati insieme agli altri fotografi, producevo immagini uguali alle loro, che poi non riuscivo a vendere. Dovevo trovare un punto di vista diverso. Dopo la strage di Capaci noleggiai un piccolo Cessna a Palermo, convinsi il pilota a smontare il portellone e fotografai la devastazione dall’alto, investendo di tasca mia senza sapere se avrei venduto quelle immagini. Dopo l’attentato di via D’Amelio passai all’elicottero. Fu allora che capii quanto una fotografia perfettamente verticale potesse raccontare la realtà in modo nuovo. Oggi siamo abituati ai droni, ma allora era un cambio di prospettiva rivoluzionario. La sfida era evitare ‘l’effetto Google Earth’, utilizzando elicotteri e potenti teleobiettivi capaci di entrare nella notizia anche da migliaia di metri di altezza.
Sardinia as seen from aboveNegli ultimi due anni hai seguito il giro del mondo dell’Amerigo Vespucci. Un viaggio indimenticabile...
Per me il Vespucci rappresenta tutto ciò che amo: il mare, il vento e la navigazione. Non volevo limitarmi a fotografarlo, ma raccontarlo da ogni prospettiva possibile. L’ho ripreso dall’alto, dagli elicotteri, dalla testa d’albero, a 47 metri di altezza, e perfino sott’acqua. Mi sono immerso sotto lo scafo per fotografare l’ancora con il Vespucci che emergeva dalla superficie.
Nel 2025 hai rischiato la vita durante un’immersione. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Mi ha cambiato profondamente, prima di tutto come persona. Oggi sento di più il bisogno di dimostrare affetto e di stare vicino alle persone. Ma ha cambiato anche il mio modo di fotografare. Ho realizzato di essere sopravvissuto, a differenza di tanti migranti. Questo mi ha spinto a raccontare il salvataggio da un punto di vista completamente diverso. Non più dall’alto, ma immerso nell’acqua. È così che è nata la fotografia in cui si vedono i migranti ormai in salvo sul gommone della Guardia Costiera, mentre sotto appare l’abisso, dove tanti altri hanno perso la vita. Credo che quello scatto non sarebbe mai esistito senza ciò che avevo vissuto.
Un luogo speciale della Sardegna?
Capo Coda Cavallo. È lì che tutto è iniziato, con la foto che ho scattato a Lady Diana in bikini, un’immagine che all’epoca infrangeva il protocollo della Casa Reale britannica. Fece il giro del mondo, finì sulle prime pagine di centinaia di giornali e cambiò la mia carriera. Ripensandoci oggi, mi rendo conto che nella vita servono talento, determinazione e anche una buona dose di fortuna. Quella mattina ebbi tutte e tre.