Dal vetro di Murano all’Arte Povera: la storia di Nancy Olnick e Giorgio Spanu
Una passione nata quasi per caso è diventata Magazzino Italian Art, uno spazio dedicato all’arte italiana contemporanea
Nancy Olnick e Giorgio Spanu hanno trasformato una passione nata quasi per caso in uno dei più importanti progetti dedicati all’arte italiana negli Stati Uniti. Dai vetri di Murano all’Arte Povera, fino alla nascita di Magazzino Italian Art, il loro percorso intreccia istinto, studio e condivisione, mantenendo vivo il legame con la Sardegna, terra d’origine di Giorgio e presenza costante nella loro visione.
Come nasce la vostra collezione di vetri di Murano?
Nancy Olnick: Eravamo in una casa d’aste di New York per ritirare un catalogo di arte contemporanea quando una clessidra in vetro, metà blu cobalto e metà verde smeraldo, attirò la nostra attenzione. La acquistammo d’impulso. A casa la collocammo accanto a Flowers di Andy Warhol: l’incontro tra il vetro veneziano degli anni ’50 e la Pop Art americana fu sorprendente. Da quel momento iniziò tutto.
Cosa vi affascina del vetro?
Nancy Olnick: All’inizio furono soprattutto il colore e le forme. Poi abbiamo cominciato a conoscere le tecniche, gli artisti, le fornaci.
Il vetro riflette la luce e trasforma ciò che lo circonda. Ha una presenza misteriosa: quando lo si prende in mano sembra vibrare di vita propria.
Quale autore è diventato centrale nella raccolta?
Giorgio Spanu: Carlo Scarpa. La semplicità delle forme, le influenze orientali e le tecniche innovative portarono a Murano una modernità straordinaria. Ma la collezione attraversa l’intero ’900, da Vittorio Zecchin e Napoleone Martinuzzi a Fulvio Bianconi, Ettore Sottsass, Gio Ponti e Giorgio Vigna.
Come siete passati dal vetro all’Arte Povera?
Giorgio Spanu: Attraverso la curiosità. Il gallerista Sauro Bocchi ci suggerì di visitare al Castello di Rivoli una mostra sull’Arte Povera curata da Rudi Fuchs. Ci piacque tutto. Cominciammo lentamente, studiando e acquistando soltanto opere che amavamo davvero. Il nostro criterio è semplice: dobbiamo amare l’opera e l’opera deve amare noi. Non compriamo pensando al mercato o per riempire una casella della collezione.
Quando la dimensione privata è diventata insufficiente?
Nancy Olnick: Quando le opere sono diventate troppo grandi per la nostra casa. All’inizio pensavamo semplicemente a un deposito in cui conservarle e mostrarle agli amici. Non immaginavamo sarebbe diventato un museo.
Qual è oggi la sua missione?
Giorgio Spanu: Condividere e produrre conoscenza. Promuovere artisti italiani. Magazzino non è soltanto uno spazio espositivo: ha una biblioteca, archivi e il Germano Celant Research Center, aperto a studenti e studiosi.
La Sardegna come continua a entrare nel vostro progetto?
Giorgio Spanu: Attraverso le mie origini, gli asini sardi che vivono a Magazzino e l’attenzione per artisti come Costantino Nivola e Maria Lai. Di Maria Lai, però, fu Nancy a intuire per prima la grandezza, a New York. Quando arrivammo a Ulassai e visitammo la Stazione dell’Arte rimanemmo sbalorditi. È la dimostrazione che l’arte può partire da un territorio preciso e parlare al mondo intero.