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Steve McCurry, Faro di Capo Ferro, Porto Cervo 2026
6 Ottobre 2026

Steve McCurry riceve il Longevity Award Costa Smeralda 2026

Il fotografo americano, autore del celebre ritratto della ragazza afgana, racconta il suo rapporto con la longevità, i viaggi e la fotografia

È tra i più importanti fotografi contemporanei, ha firmato di alcune tra le immagini divenute simbolo del nostro tempo: lo sguardo verde intenso della ragazza afgana da lui immortalata nel reportage del 1984 pubblicato su National Geographic, è divenuto talmente tanto celebre che quando si pronuncia il nome di Steve McCurry è un automatismo pensare a quello scatto. E insieme a quella fotografia, che ancora oggi a distanza di più di quarant’anni continua ad affascinare, il fotografo americano ha realizzato interi reportage carichi di pathos, in cui gli scorsi dell’India, i volti dei suoi abitanti così come quelli dell’Asia e del Medio Oriente, si mescolano insieme a colori vividi ed intensi, divenuti il tratto distintivo del maestro. A lui è stato conferito il Longevity Award Costa Smeralda 2026, il riconoscimento che celebra ogni anno una personalità distintasi per continuità, impatto e capacità di lasciare un segno duraturo nel proprio ambito professionale. Nato a Filadelfia, negli Stati Uniti nel 1950, è membro dell'agenzia Magnum Photos dal 1985 e vincitore di molti premi fotogiornalistici. A Porto Cervo è arrivato per ritirare il premio, con in tasca già un biglietto per l’India e nello zaino la sua Laica pronta a scattare. Durante la premiazione sono stati presentati anche quattro scatti inediti che McCurry ha realizzato in luoghi iconici di Porto Cervo, che condensano la bellezza della Costa Smeralda: il Faro di Capo Ferro, il promontorio di Capo Ferro, la Chiesa di Stella Maris e l’Arco di Cala Romantica.

Longevity Fest Costa Smeralda Pietro Mereu, Steve McCurry, Massimo Marcialis direttore generale Consorzio Costa Smeralda 02

Cosa significa per lei ricevere questo riconoscimento qui a Porto Cervo, in Sardegna?

Ricevere questo riconoscimento ha un profondo significato per me, proprio perché la longevità mi sta a cuore. Inoltre chi ha organizzato questo festival, gli altri relatori e gli eventi in programma hanno arricchito la mia vita attraverso l'ascolto e lo scambio di idee. Ci sono personalità straordinarie, molto più brillanti di me, che hanno individuato soluzioni incredibili per migliorare e allungare le nostre esistenze in modo intelligente. Per me è un onore trovarmi in questo posto speciale e ricevere un premio simile.

In queste giornate a avuto modo di visitare questo angolo di Sardegna e di prendere parte agli appuntamenti del Longevity Fest?

Sì, ho trovato molto interessante tutto e penso che questo evento sia così importante perché, prima di tutto, proprio qui in Sardegna ci troviamo in una delle Blue Zone, uno dei luoghi al mondo in cui le persone vivono più a lungo per svariate ragioni: alimentazione, meno stress, clima, stile di vita, attività fisica. Quindi credo sia fondamentale organizzare il festival qui. Sento inoltre di aver contribuito in qualche modo: la longevità è un tema di primaria importanza per le persone in generale. Tutti desideriamo una buona qualità della vita e dovremmo compiere scelte capaci di allungarla. Possiamo imparare grandi lezioni da chi vive in Sardegna, persone che in molti casi hanno imparato a vivere a lungo, conducendo un'esistenza piena e duratura attraverso diversi fattori. Con il passare degli anni, oggi ne ho 76, guardo avanti ai prossimi 24, sperando di raggiungere il traguardo dei 100.

Parliamo del suo lavoro. Lei ha girato il mondo e visitato solo l’India più di ottanta volte, trovandosi a fotografare scene e volti della povertà più assoluta. Come è riuscito a tirarne fuori così tanta bellezza e vitalità?

Nei luoghi in cui ho viaggiato in passato — India, Afghanistan, l'Asia in generale, il Sud America o l'Africa — a volte si osservano queste popolazioni con un preconcetto, pensando che siano ai limiti della sopravvivenza. In realtà, guardando un po' più a fondo, si scopre che non lo sono affatto. Naturalmente dipende da dove ci si trova, ma spesso hanno cibo genuino, aria pulita. Bisogna valutare caso per caso, senza generalizzare, anche se a volte ci si ferma alle apparenze. Penso ad esempio all'India rurale: i contadini lì hanno una vita serena, mangiano bene, hanno tempo libero, una casa, dei figli; la vita scorre bene. Certamente in questi Paesi esistono aree che necessitano di reale aiuto, mentre altre stanno benissimo. Tutto dipende dalle priorità personali. Se il metro di giudizio sono i soldi, la ricchezza materiale, le automobili, le ville e il lusso, allora è vero: non possiedono ciò che abbiamo noi. Tuttavia hanno il tempo, alimenti sani e altri valori. Dipende da come si definiscono la ricchezza e la povertà. C'è molta miseria a New York City: povertà di spazio, povertà di immaginazione, carenza di cibo sano, mancanza di sonno, spazi ristretti, livelli altissimi di stress. Questa è vera povertà.

Il volto e lo sguardo della ragazza afgana fotografa nel 1984 sono diventati il suo scatto più iconico. È legato a lei?

Sì, siamo rimasti in contatto con lei e ci siamo parlati proprio la scorsa settimana. Ora vive in Europa, l'abbiamo aiutata a trasferirsi ed è arrivata in Italia, dove il governo italiano si è dimostrato molto disponibile. Mia sorella e altre persone hanno dedicato molto impegno per aiutarla a lasciare l'Afghanistan, permettendo ai suoi figli di studiare e avere un'assistenza sanitaria adeguata. Il suo arrivo in Europa ha migliorato la sua vita, in particolare quella di sua figlia, che sta ricevendo un'istruzione eccellente e forse diventerà medico. Rimanendo in Afghanistan, tutto questo non sarebbe mai stato possibile.

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