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Blue Days
5 Ottobre 2026

Blue Zone in Sardegna: Arzachena e la nuova frontiera della longevità

Il professor Giovanni Mario Pes, tra gli studiosi che hanno individuato la Blue Zone sarda, ci parla dei suoi studi nella costa nord-est della Sardegna

Le Blue Zone sono 5 'paradisi terrestri' in tutto il mondo dove, per un delicato equilibrio di fattori, si vive di più e meglio. Sono Ikaria in Grecia, Linda Loma in California, Okinawa (Giappone) , Nicoya in Costa Rica, Ogliastra. In Sardegna, il nome di Giovanni Mario Pes è molto noto e legato alla scoperta della prima Blue Zone, individuata insieme a Michel Poulain nelle aree montane del centro-est dell’isola, le zone dell'Ogliastra appunto. A distanza di oltre vent’anni, il quadro potrebbe essersi modificato: Arzachena, con Porto Cervo e una parte della costa nord-est della Sardegna, mostra segni di longevità che meritano attenzione. Il punto decisivo è distinguere tra riconoscimento divulgativo e validazione scientifica: l’annuncio pubblico del 2025 c’è stato, ma lo studio è ancora in corso e i dati vanno letti con cautela, soprattutto in un comune segnato da forti flussi migratori. L’ipotesi più suggestiva è che alcune generazioni nate nella Gallura rurale abbiano conservato fattori protettivi della vita tradizionale, beneficiando poi del miglioramento economico, sanitario e abitativo intervenuto dagli anni Sessanta in avanti.

Al Professor Pes, che interverrà insieme al professor Alessandro Luciani durante la prima giornata del Longevity Fest presentando dati recentissimi su una ricerca in collaborazione con l’Università di Zurigo, abbiamo fatto delle domande sulla ricerca della Longevità in Gallura.

Giovanni Mario Pes

Professore Pes, le aree interne della Sardegna, in particolare l’Ogliastra e la Barbagia, detengono tuttora un primato di longevità a livello mondiale?

In linea di massima sì. I dati demografici ci dicono che poco più di una decina di comuni nell’area montuosa del Gennargentu restano ai vertici mondiali della longevità e possono essere messi a confronto con altre aree del pianeta note per l’alta frequenza di centenari, come Okinawa in Giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica e l’isola greca di Icaria. Queste aree furono poi chiamate “Blue Zones”, ma il nome nacque quasi per caso: oltre venticinque anni fa segnavo i comuni longevi su una carta geografica con un pennarello blu. Sul piano scientifico, però, una Blue Zone non è un’etichetta folkloristica: è una piccola area relativamente omogenea, con una longevità eccezionale che deve essere verificata con metodi demografici accurati.

Dunque la longevità sarda riguarda ancora soltanto le popolazioni di montagna?

Non direi. Per decenni il maggior numero di centenari si è concentrato soprattutto nelle comunità dell’Ogliastra interna, ma oggi la geografia della longevità sembra meno immobile di quanto pensassimo. Negli ultimi anni sono emersi segni interessanti anche in Gallura, e in particolare ad Arzachena. Nell’autunno del 2025 abbiamo avviato uno studio sistematico sulla popolazione nativa del comune, e i primi risultati indicano una frequenza di longevità superiore alla media regionale. Lo sottolineo: parliamo di dati preliminari, non ancora definitivi. Tuttavia, il fenomeno appare abbastanza reale da meritare un approfondimento vero e proprio. Un primo annuncio pubblico è arrivato un anno fa durante il Longevity Fest 2025; sul piano divulgativo e istituzionale il riconoscimento c’è stato, mentre sul piano scientifico la validazione richiede ancora lavoro.

Che cosa avete osservato?

Già i dati amministrativi locali e gli articoli di stampa segnalavano da tempo la presenza costante di centenari ad Arzachena e in altri comuni della Gallura. A incuriosirmi, però, è stato soprattutto un dettaglio storico: l’ufficio di stato civile mi aveva segnalato l’esistenza di un centenario deceduto ad Arzachena a 102 anni addirittura nel 1903, un evento rarissimo in un’epoca in cui la speranza di vita era ancora molto bassa. Da lì è nata l’idea di ricostruire, in modo sistematico, la sopravvivenza delle coorti nate ad Arzachena tra il 1900 e il 1925. Nel dataset ricostruito finora abbiamo identificato 45 centenari su 2.770 nati: circa un centenario ogni 62 nascite, valore nettamente superiore a quello dell’intera isola. Si tratta, ripeto, di risultati preliminari dello studio in corso, che andranno consolidati e confrontati con gli indicatori utilizzati per la Blue Zone storica.

Allora una parte della Gallura può essere considerata a tutti gli effetti una Blue Zone o può essere una anomalia demografica?

Io penso di no. La differenza rispetto alla Blue Zone tradizionale è troppo piccola per essere considerata un puro caso. Naturalmente, quando si studiano età estreme, i numeri assoluti restano bassi e bisogna evitare conclusioni affrettate. Però la concentrazione di centenari osservata ad Arzachena e in altri comuni suggerisce l’esistenza di un fenomeno reale. In altre parole: non siamo davanti a una semplice curiosità statistica, ma a un segnale che merita di essere studiato con gli stessi strumenti rigorosi usati per le zone longeve già validate. Anche perché il concetto stesso di Blue Zone nasce come concetto demografico, non mediatico: prima di parlare di cause bisogna verificare bene l’esistenza del fenomeno.

Qual è allora la domanda più interessante che pone Arzachena?

La domanda è questa: come può una zona costiera, fortemente trasformato dal turismo internazionale e dalla crescita del terziario, produrre livelli di longevità che si avvicinano a quelli dei paesi agro-pastorali dell’interno? È un interrogativo importante, perché costringe a superare una lettura troppo schematica della longevità sarda. Il caso di Arzachena suggerisce che modernizzazione e longevità non siano necessariamente in contraddizione tra loro. Se lo sviluppo economico migliora il reddito, le abitazioni, l’accesso alle cure, ai servizi e alla mobilità, ma non cancella del tutto le reti familiari, le abitudini alimentari e il rapporto con il territorio, allora può crearsi una combinazione favorevole. È proprio questa, a mio avviso, l’ipotesi più interessante da verificare. In fondo, già gli studi comparativi sulle Blue Zones hanno mostrato che la longevità di popolazione nasce spesso da un equilibrio delicato tra stile di vita tradizionale e benefici della modernità.

E l’alimentazione, che posta ha in questo quadro?

L’alimentazione resta importante, ma non va caricata di un potere quasi magico. Negli studi sulla Sardegna interna è emerso che la dieta da sola non basta a spiegare le differenze territoriali della longevità; molto rilevanti sembrano invece l’attività fisica occupazionale e le caratteristiche geografiche del territorio. Per Arzachena io farei un ragionamento simile: più che immaginare una dieta improvvisamente “immune” ai cambiamenti, bisogna considerare che le generazioni oggi longeve avevano già formato i propri gusti e le proprie pratiche alimentari prima dell’esplosione del turismo e dei consumi contemporanei. In questo senso, il caso arzachenese potrebbe essere meno una mancata transizione alimentare e più l’effetto di una transizione vissuta tardi, da generazioni che avevano interiorizzato abitudini diverse. Anche qui, però, bisogna parlare di ipotesi e non di prove definitive

Oltre all’alimentazione, quali altri fattori potrebbero aver contribuito a questa longevità?

La longevità non dipende mai da una sola causa. Le generazioni che oggi raggiungono o superano i cento anni sono cresciute in una società rurale, in cui l’attività fisica faceva parte della vita quotidiana e i legami familiari e comunitari erano molto forti. In seguito, queste stesse persone hanno potuto beneficiare di miglioramenti nelle condizioni economiche, nelle abitazioni, nei trasporti e nell’assistenza sanitaria. Potrebbe quindi essersi prodotta una combinazione favorevole: conservare alcuni elementi protettivi della vita tradizionale, riducendone al tempo stesso la povertà, l’insicurezza alimentare e la difficoltà di accesso ai servizi sanitari.

Anche l’ambiente potrebbe avere avuto un ruolo?

È un’ipotesi interessante, ma deve ancora essere verificata. La bassa densità edilizia di molte aree, la presenza di spazi naturali, la possibilità di trascorrere tempo all’aperto e la limitata industrializzazione potrebbero avere contribuito alla qualità della vita. Non sarebbe però corretto attribuire automaticamente alla vicinanza del mare un effetto sulla longevità. Occorrerebbe analizzare l’esposizione all’inquinamento, le condizioni abitative, le occupazioni svolte e gli spostamenti di ciascun individuo nel corso della vita.

Quali saranno allora i prossimi passi della ricerca?

Dovremo ricostruire le storie familiari e residenziali dei centenari, distinguere i dati per sesso e generazione e confrontare comuni galluresi che presentano caratteristiche simili. Sarà importante capire se la longevità si concentra in determinate famiglie e quanto abbiano inciso alimentazione, lavoro, attività fisica, condizioni economiche e reti sociali. Soltanto allora sapere se siamo di fronte a una nuova espressione della longevità sarda e quali caratteristiche la distinguano dalla Zona Blu storica del Gennargentu.

Che insegnamento potrebbe offrirci lo studio di questa nuova Blue Zone fosse verificato?

Forse che modernizzazione e longevità non sono necessariamente in contrasto. Lo sviluppo può diventare una risorsa quando migliora il benessere materiale senza cancellare i legami sociali, le abitudini alimentari e il rapporto con il territorio. È questa, al momento, l’ipotesi più suggestiva che lo studio di Arzachena ci invita a esplorare.

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