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Tango Macondo, da Milano a Bolzano

L’ultimo lavoro di Paolo Fresu attraversa il Nord della penisola partendo da un libro e da Salvatore Niffoi

Tango Macondo Paolo Fresu

Tango Macondo, l’ultimo lavoro di Paolo Fresu, attraversa il Nord della penisola ma parte da un libro e da un’amicizia vera: quella con Salvatore Niffoi. È lui nella più stretta delle sintesi il vero ambulante di metafore, lo scrittore sardo che, ormai riconosciuto universalmente, è in grado di informare della possibilità di ciascuno di addestrare gli spiriti soprannaturali. Più che un disco o uno spettacolo questo lavoro d’insieme è il frutto itinerante di una pressione esercitata su Paolo Fresu dal direttore del Teatro Stabile di Bolzano, Walter Zambaldi, classe 75 e nessuna idea di mollare il colpo. È lui che, tallonando da tempo il noto trombettista e compositore, finisce per convincerlo ad accostare uno tra i capolavori della letteratura sarda: Quelli dalle labbra bianche (Sos laribiancos) di Cicito Masala. Da qui il salto al recente Tango Macondo ne appare la naturale declinazione. Le musiche di Paolo Fresu, l’interprerazione di Ugo Dighiero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi muovono, accanto a DEOS, un villaggio della fantasia dove i personaggi si passano un testimone come sapienti addestratori di un circo sbalorditivo. La follia di Màrquez riflette in Macondo quella di Niffoi e rimanda all’immaginaria Arasolé di Masala.

Raggiunge e supera il Sudamerica una narrazione pura nello spettacolo che è l’intricato sovrapporsi di storie e incastri. Per la regia di Giorgio Gallione, Macondo diviene un altro modo di battezzare Mamoiada, paese nel cuore della Sardegna, in uno spettacolo che accede allo spazio smisurato che sta tra l’isola megalitica e l’Argentina. E nella sensualità di un tango, oltre le recondite intuizioni di Paolo Fresu, si evoca un’altra rappresentazione di amicizia al maschile: quella con Giovanni Maria Bellu, giornalista e scrittore di L’uomo che volle essere Peròn; galoppa insistente la leggenda sull’origine di Peròn e la fine di Piras, a loro modo misteriose, legittimando come l’emigrante Giovanni Piras sia diventato egli stesso mito di onnipotenza di un’isola, ma è solo un pretesto che poi lascia il palco libero per le storie di Salvatore Niffoi. Dove metafore e evocazioni sono scambiate lasciando la platea impigliata a reti luccicanti che appendono ai sogni una tradizione di maschere e di millenni.

«Sono gli artifici di Giovanni di Cicco, coreografo preparatore della linea drammaturgica che segue la linea della scrittura; – sostiene Palo Fresu – abbiamo l’imperativo di diffondere la lingua sarda, il dovere di preservarla. Celebrarla. Molte delle mail tra me e Salvatore Niffoi sono scritte in sardo. A Time in Jazz, il festival che organizziamo a Berchidda, sono numerose le citazioni di Pietro Casu, il teorico che ha creato il vocabolario della nostra lingua.»

Dalla regia Giorgio Gallione dichiara «Vi è un sistema complesso in questo lavoro corale, una valanga di parole ma non una sola in senso canonico teatrale, un’evocazione e una narrazione epica continua in un meccanismo a orologeria.»

Tango Macondo non è solo un album e non è solo uno spettacolo: è il titolo di un viaggio che comincia e, con le immagini dello scenografo Marcello Chiarenza, in una composizione di Paolo Fresu eseguita dal vivo con Daniele di Bonaventura e Pierpaolo Vacca, svela l’abisso in cui musica popolare, riti arcaici e onirica contemporaneità si fondono.

In tre mondi distanti e straordinariamente diversi si riuniscono i tre tanghi che nel nuovo disco di Paolo Fresu vengono interpretati da tre voci internazionali della canzone italiana: Tosca, Elisa e Malika Ayane.

Anna Maria Turra

Credits

  • Ph Tommaso Le Pera

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