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Suspu, parole in codice

Il suspu è il gergo che dice senza dire, il linguaggio convenzionale della Sardegna

Il suspu è una sorta di lingua parassitaria che si modula su una preesistente, un’antilingua frutto di fattori culturali e di un metalinguaggio che è segnato da un numero straordinario di influenze. Tra corti circuiti e curiosità emerge che il gergo affida al silenzio un grande spazio nella comunicazione.

Con la frase “andare ad un battesimo” s’intende dire andare a rubare una mandria. Oppure si intende stanare il sindaco con “allontanate quel gran guardaroba che è dentro la casa comunale”; “buoi neri porporini” è invece la definizione di carabinieri: questo è parlare in suspu, l’utilizzo cioè di frasi che, letteralmente tradotte da uno stretto gergo barbaricino, attraversano significati di un’antica comunità con una storia complessa in cui si rendevano necessari messaggi mai troppo svelati.

Suspu, lo studio della lingua in Sardegna

Il suspu, linguaggio convenzionale della Sardegna, è un fenomeno particolare e l’oggetto di un campo d’azione interdisciplinare; si addentra in problematiche antropologiche, sociali, linguistiche, giudiziarie; secondo il vocabolario sardo-italiano di Enzo Espa è il sostantivo maschile che traduce sia gergo che ghiandola della nuca del montone, dal DES, dizionario etimologico della lingua sarda.

Nella realtà arcaica, flagellata dai frequenti furti di bestiame, l’intera comunità si doveva orientare nel fitto codice di norme di comportamenti non scritti. Il suspu era il luogo perfetto in cui far coesistere un imperativo di lealtà accanto ad un atteggiamento di necessario riserbo. Un’antilingua che permetteva ai testimoni interrogati di raccontare senza arrogarsi alcuna presunzione di verità, veicolando il sotto-testo “ho visto e te lo devo dire, ma io non sono un delatore”.

Quel che il gergo comune definiva come “fare la spia” si assolveva sommariamente nell’oratore in suspu nell’imperativo sociale di riportare una realtà per come lui l’aveva vista. Ed è questa la peculiarità di un fenomeno davvero trasversale agli ambiti più diversi, dalla letteratura alla satira, dalla politica ai contesti familiari che, spesso legati a situazioni ludiche, vedono i bambini divertirsi col suspu mudu, un gioco in cui imbavagliati seguono il suono di campanellini. E nell’esercizio di un sapiente equilibrio, anche alla luce delle numerose dominazioni subite dal popolo, si è via via costituita e trasformata una struttura in cui questo metalinguaggio assume uno straordinario rigore espressivo. “Barbarossa oggi spaccherà le pietre”, potremmo sentir dire ironicamente da ragazzi che aspettano l’autobus in una giornata di neve, intendendo per Barbarossa il sole.

L’antifrasi nella lingua sarda

Per l’antropologo Placido Cherchi nella lingua sarda il senso è più importante della parola; con il frequente ricorso all’antifrasi, cioè a frasi dal significato contrario a ciò che si vuol dire, chiarisce come sia nell’intenzione stessa della lingua sarda l’affermare negando e il negare affermando e identifica questo fenomeno come frutto e insieme retaggio nella coscienza collettiva di cicatrici della storia.

E il suspu non fa eccezioni, frutto della lingua sarda frammentata nelle diverse varietà, comprenderlo è capirne lo spirito sotteso nella sua storia. Parte di quel patrimonio linguistico sdoganato da dialetto a lingua, quella sarda presenta un andamento della parlata che ama disporre i verbi sul versante dei modi indiretti mentre il modo indicativo non viene quasi mai usato. Il condizionale, selezionato insieme all’infinito o al congiuntivo, sale in un’architettura complessa che poggia alla soglia dell’ipotetico, del dubbio. La frase sale in un’accurata interrogazione che a sua volta si lascia interrogare. Come in una cattedrale però vige il silenzio e appare la gelosa parsimonia che il sardo riserva sistematicamente alla parola.

Il verbo essere, per definire la realtà, non viene usato se non a partire dalla forma del dovrebbe essere arrivando a moduli di costruzione del tipo avrebbe dovuto essere stato come avrebbe dovuto essere. 

Il suspu come codice

Il suspu è un metalinguaggio inteso solo dalla cerchia di chi lo parla, un codice cifrato che dice per non far capire o tace per far capire. Si usa la metafora sia in senso reale che ironico o per negazione, un segnale con l’occhio, un’alzata di sopracciglio, un tono preciso, una sola vocale per far arrivare all’interessato il messaggio, nascondendolo agli altri uditori.

Una popolazione abituata alle sfide si è allenata a lungo a sottrarsi agli imperativi che la pretendono sempre uguale a sé stessa. Un popolo la cui intelligenza crea ancora oggi, nel metalinguaggio del suspu, codici che smontano sia la retorica del contraddittorio che quella del dibattito e, in una dialettica dalla mira precisa, tace inutili sottolineature dell’ovvio.

Lo riesce a chiarire l’intellettuale Bachisio Bandinu, esperto di questioni sull’identità culturale, riferendo che ciò che resta oltre i silenzi della lingua sarda è lo scompiglio dilemmatico tra la verità della cosa e la verità del suo improbabile doppio.

Anna Maria Turra

Credits

Foto di Franco Pinna, Bernd Lohse, Marianne Sin-Pfaltzer

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