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Smart working: come trasformare il lavoro da remoto in una nuova opportunità

La psicologa del lavoro Mirella Cleri racconta la sua esperienza

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Per molti era una realtà già da tempo, ma per tanti altri il ciclone provocato dal Covid-19 ha reso necessario rivedere completamente le modalità di lavoro riorganizzandolo in tempi brevissimi. Lavorare in smart working è diventato negli ultimi due anni uno strumento sempre più diffuso, che probabilmente si consoliderà anche finita l’emergenza.

Tra pro e contro, giorno dopo giorno le nostre case sono diventate uffici più o meno organizzati, ricavati fra le mura del soggiorno, della cucina o della camera da letto, in una convivenza forzata con congiunti, figli, animali ed elettrodomestici, da gestire in modo più o meno pacifico. Se da un lato chi era già attrezzato non ha visto cambiare più di tanto le proprie abitudini professionali, c’è chi si è visto travolto dall’improvvisa “densità” abitativa, dalle richieste fuori orario di sbrigare lavori urgenti, ma anche della mancanza di contatti con colleghi o clienti che rendevano la vita più “sociale”.

Per fare luce sugli effetti e le prospettive dello smart working, incontriamo oggi la Prof.ssa Mirella Cleri, psicologa clinica e di comunità, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, e autrice del volume Vita, abilità e lavoro per Armando Editore.

Negli ultimi due anni abbiamo dovuto modificare repentinamente le nostre abitudini lavorative, riducendo drasticamente i contatti interpersonali. Quali sono i principali effetti che ha rilevato sulla salute psico-fisica di chi si è trovato ad affrontare questi cambiamenti?

La pandemia ha costretto tutti a fare i conti con risorse insospettabili, a riorganizzare la quotidianità e a confrontarci con un contesto di totale incertezza. Siamo stati costretti ad accettare un mondo che è cambiato improvvisamente: è stata una lotta per la sopravvivenza.

La costrizione al distanziamento fisico è una dura novità e il mondo del lavoro ha attuato una riorganizzazione senza precedenti. Ma in molte persone sono aumentati i disturbi dell’ansia, l’insonnia, la depressione, la confusione mentale e la demotivazione. Le abitudini alimentari e l’attività fisica sono cambiate e in alcuni casi hanno comportato un incremento di patologie, gli adolescenti hanno aumentato il consumo di alcol e la dipendenza dai social network, e i più piccoli hanno assunto comportamenti regressivi. Le persone colpite direttamente dall’infezione o che hanno assistito o perso i familiari hanno vissuto veri e propri traumi emotivi con conseguente disturbo post traumatico da stress. È doveroso chiedersi in che modo potremo ricostruire il benessere personale e collettivo in questa nuova realtà.

Quali ritiene siano gli ambiti personali che hanno tratto beneficio dall’allontanamento fisico dal lavoro e quali sono i risvolti negativi?

Di fatto tutti abbiamo fatto di necessità virtù e sperimentato nuove connessioni emotive e relazionali supportati dalle connessioni online, rimanendo per ore e ore incollati ai computer e agli smartphone. Il cambiamento è sempre un’esperienza complessa e può fare emergere risorse o blocchi. Ognuno risponde diversamente agli eventi perché la percezione è soggettiva.

Esiste da anni una popolazione di nomadi digitali che vive lavorando da remoto e ha riorganizzato la propria vita insieme alla famiglia e ai figli cercando un modo nuovo di conciliare vita e lavoro. Alcune ricerche hanno evidenziato che essere liberi di gestire luoghi e tempi può aumentare la soddisfazione e la produttività, permette di occuparsi degli impegni domestici e familiari, ed evita gli spostamenti e le perdite di tempo.

Ma il discorso può essere ribaltato: chi aveva relazioni fragili e conflittuali all’interno della famiglia ha provato grande sofferenza. Inoltre, per lavorare bene serve uno spazio che abbia i requisiti corretti per il comfort psico-fisico, chi non può farlo va incontro a numerosi disagi.

In che modo questo cambiamento nelle dinamiche professionali può essere un vantaggio e in che modo il potenziamento dello smart working può essere una nuova risorsa?

Nel mondo del lavoro si parla già da alcuni anni di smart working. Diverse aziende già prima del Covid avevano adottato strategie per introdurre il lavoro digitale. Una lenta trasformazione della cultura del lavoro in nome della flessibilità è stata recepita dalle istituzioni, mi riferisco alla legge 22 maggio 2017 n. 81 che definisce il “lavoro agile” (art. 18). Questo nuovo modello organizzativo nasce da un atto volontario tra le parti – datore di lavoro e dipendente – che individua l’uso di strumenti tecnologici per lo svolgimento del lavoro e svincola da luoghi e orari con una organizzazione del lavoro per cicli e obiettivi condivisi, centrato sulla responsabilità e sottoscritto in appropriati contratti di lavoro. Lo smart working lascia alle persone maggiore autonomia e conferisce maggiore responsabilità.

Il decreto emesso il 1° marzo 2020 per il contenimento e la gestione dell’emergenza da Covid-19 ha rappresentato una svolta improvvisa, una misura che ha riorganizzato il lavoro e ha esteso questa modalità in ambiti impensati. Seguiranno sicuramente nuove norme.

Lavorare dalla propria abitazione può costituire un’opportunità per i neogenitori, i caregiver che assistono familiari malati o portatori di handicap, e in genere per tutte le persone fragili e per i pendolari. Uno dei rischi in agguato è la connessione continua, i messaggi e le e-mail 24 ore su 24. È un vero e proprio diritto disconnettersi in certi orari, anche perché è uno sterile pregiudizio credere che la disponibilità senza limiti sia sinonimo di produttività.

Anche lei ha dovuto convertire buona parte del suo lavoro in incontri e lezioni online; quali esperienze personali le sono servite per rimodulare la sua attività?

Come psicologa di comunità sono addestrata a far fronte al lavoro sul campo in situazioni di emergenza e di crisi. In trenta anni di lavoro ho vissuto due terremoti, un’alluvione e tante altre situazioni drammatiche, ma certo il carattere globale della pandemia non è paragonabile. Mi sono sentita pronta a trasferire immediatamente il lavoro in modalità online, avendola sperimentata nella formazione, per continuare ad essere accanto ai miei pazienti e agli studenti anche per tutte le attività di prevenzione e promozione della salute.

In conclusione, come si può conciliare vita privata e lavoro, affinché la propria attività sia fonte di benessere e non di stress?

La ricerca del benessere è un processo dinamico che richiede cura e responsabilità costanti, e ciò vale sia per il lavoro in presenza sia da remoto. La cura di sé a livello fisico e psicologico, il contatto con le emozioni più profonde e la capacità di modificare ciò che è in nostro potere sono fra le abilità più importanti della vita adulta.

Si prospetta un mondo del lavoro in veloce trasformazione, anzi direi accelerato. Accanto alla formazione tecnico-scientifica specifica di ogni professione, che diventa velocemente obsoleta, saranno sempre più rilevanti competenze trasversali – o “soft skills” – come la capacità di adattarsi e trasformarsi, di risolvere problemi e gestire stress ed emozioni, ma soprattutto è necessario costruire buone relazioni intime e interpersonali. Tutte queste abilità possono essere apprese attraverso esperienze formative.

È importante, inoltre, chiedere aiuto ad esperti se non si riesce da soli a fronteggiare il cambiamento e se ci sono sintomi di disagio, evitando autodiagnosi dal web.

A livello di organizzazione sarà necessario prevedere piani di formazione e individuare nuove figure di supporto che accompagnino i lavoratori per accrescere la presenza psicologica e umana di ognuno. Perché, come afferma lo storico e filosofo  Thomas Carlyle “felice colui che ha trovato il suo lavoro: non chieda altra felicità!”

Nathalie Anne Dodd

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