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Sa Paulazza, un castello bizantino alle porte di Olbia
5 Maggio 2021

Sa Paulazza, un castello bizantino alle porte di Olbia


La fitta vegetazione lo avvolge e lo nasconde. Il castello resiste da quasi 1500 anni tra le rocce e gli arbusti sempreverdi della macchia mediterranea. Si trova alle porte di Olbia e la città, dalle sue mura e dalle sue torri, appare in tutta la sua bellezza: si vedono i quartieri, il golfo, il porto, il faro, l’aeroporto, l’isola di Tavolara. Da anni in attesa di un importante progetto di valorizzazione, il castello di Sa Paulazza era stato costruito nel sesto secolo dopo Cristo dall’Impero Romano d’Oriente, che i moderni e i contemporanei avrebbero poi chiamato impero bizantino. Situato su un colle che porta il nome di Mont’a Telti, il castello di Sa Paulazza, meno famoso del più recente castello di Pedres, è un pezzo pregiato di storia olbiese che merita di essere visitato e conosciuto.



Un castello bizantino


Il castello risale al periodo della riconquista di alcuni dei territori occidentali da parte dell’Impero Romano d’Oriente. La Sardegna, attorno al 450 caduta in mano vandala, nel 534 era dunque tornata sotto il dominio di un imperatore, Giustiniano, che aveva la sua corte a Costantinopoli. «È stato costruito negli anni successivi alla riconquista della Sardegna – aveva spiegato l’archeologo olbiese Agostino Amucano, alcuni anni fa, in una intervista alla Nuova Sardegna -. Si sa molto poco dell’Olbia di allora. Quel che è certo, però, è che c’era qualcosa da difendere, altrimenti la costruzione del castello non avrebbe avuto senso». Dunque, lo scopo della costruzione bizantina era quello di difendere quel che rimaneva dell’antica Olbia, per secoli un importante città della Sardegna romana e successivamente distrutta dall’incursione vandala.  «Serviva per difendersi dalle popolazioni dell’interno, dagli eredi dei Balari e dei Corsi – aveva spiegato ancora Amucano -. Erano popoli che praticavano razzie, che rubavano per esempio il grano. E il castello, non a caso, si trovava sulla via d’ingresso alla città».



Cosa si vede


Il castello di Sa Paulazza, nome che deriva da paludaccia per via di una grande palude che si sviluppava ai suoi piedi, occupa un’area di un ettaro e mezzo. Si vedono ancora delle alte mura merlate, alcune torri e una porta d’ingresso.



Il castello era presidiato e abitato da alcuni militari, ma non di professione. Più che altro persone chiamate a difendere la città in cambio magari di un pezzo di terra. Probabilmente la struttura venne abbandonata nel giro di poco tempo, considerato che le zone interne dell’isola furono presto pacificate dai romani d’oriente. Il castello oggi viene chiamato anche con il nome del colle su cui sorge: Mont’a Telti. Ma non per via del paese di Telti, che si trova a una quindicina di chilometri di distanza. «Dobbiamo sapere che la vecchia strada romana che univa Olbia con Cagliari passava proprio in questa zona – aveva spiegato l’archeologo Amucano sempre alla Nuova Sardegna -. E il terzo miglio, facendo tutti i calcoli, si trovava proprio nei pressi di Sa Paulazza. E considerato che Telti deriva da tertii, questo è il castello del terzo miglio».



Come arrivare


Il castello di Sa Paulazza, situato nelle immediate campagne attorno alla città, tra le zone di Pasana e Putzolu, non è facilmente accessibile. Non esistono né indicazioni né un sentiero ben tracciato. Con attenzione, però, si può comunque visitare. Per arrivarci bisogna imboccare la lunga via Vittorio Veneto, in direzione Telti, fino a uscire dal perimetro della città di Olbia, lungo la strada statale 127. Dopo neanche un paio di chilometri dal distributore che si trova sulla destra, bisogna svoltare a sinistra in via Mont’a Telti e, più in fondo, al bivio, svoltare ancora a sinistra in via Serra Alveghes. Infine, bisogna percorrere questa stretta stradina di campagna finché, sulla destra, non appare il colle con le due torri del castello. Qui si può lasciare l’auto, a bordo strada, per poi accedere al terreno da dove inizia il poco visibile percorso che si sviluppa tra la vegetazione.



Dario Budroni


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