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Sa paradura, il dono tipicamente sardo

Un gesto naturale che da millenni rappresenta una pratica dai complessi risvolti culturali

Sa paradura

Il dono in Sardegna parla una lingua intimamente connessa alla forza della terra. Al dono sull’isola si assiste in diversi passaggi storici, identificando nella gratuità di relazioni la sintesi dialogica di un popolo che spesso è stato aggredito e saccheggiato dai popoli provenienti dal mare.

Il dono nella storia

Di contro gli episodi che sconfessando ogni teoria, rendono ancor più forte, come ogni eccezione, la regola dell’accogliente postura di odierne generazioni sull’isola che in tutto ricordano i loro millenari discendenti. Nel sito archeologico di Monte Sirai, per esempio, nel nuraghe trasformato in tempio, Orfeo e Demetra, dea dell’agricoltura esperta delle proprietà delle erbe, in una rappresentazione scenica di un cerimoniale, sono uniti in una suggestiva scena religiosa. L’eleganza dei gesti, nello stile sardo arcaico, non può che suggerire l’idea di accoglienza verso gli ospiti. Demetra, dea dell’agricoltura e della fertilità con Orfeo, sciamano dotato di poteri magici, nel loro modo di evocare tranquillità, consegnano dall’età del Ferro ai giorni nostri, la primordiale, sostanziale, accondiscendente generosità di un insieme divino. Evocata nelle preghiere alla dea madre, Demetra, e riconosciuto nel suo ruolo di tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, Orfeo, insieme suggeriscono valori che se ne stanno bellamente alla base di consuetudini del secolo scorso. Anche se va detto che, con la pratica dell’ospitalità, si faceva fronte nell’isola a tutta una serie di mancanze strutturali. L’accoglienza in Sardegna non è però riconducibile esclusivamente all’aspetto economico, è una pratica del tutto peculiare che osserva, con la gentilezza e il dono di sé stessi, l’espressione di una cultura che riconosce l’ospite come sacro. Tanto più significativa considerando l’economia di un’isola che spesso faticava a raggiungere il livello di mera sussistenza.

Sa Paradura, il gesto solidale in Sardegna

In questa direzione risulta interessante indagare sa paradura: la risposta corale della comunità che consiste nel far fronte in modo solidale a situazioni di emergenza. Ogni qualvolta un pastore, per cause indipendenti dalla propria negligenza – abigeato, epidemie o eventi straordinari – perdeva il proprio gregge, per ricomporlo ciascun nucleo familiare veniva chiamato a donare un giovane capo di bestiame. Contemplata nel discusso codice barbaricino, sa paradura, consegnava alla vittima del furto anche diritto di vendetta e, anticipava temi di giustizia riparativa proponendo soluzioni sulle quali poggeranno moderne questioni fondamentali del diritto. Molti studi antropologici conducono alla considerazione, in via ipotetica, che venga custodita e tramandata in Sardegna una concezione del dono del tutto singolare e, per così dire, archetipica. Una visione secondo cui donare è parte di una diversità antropologica essenziale che ha radici nell’aver sperimentato una solidale, efficace regolazione degli equilibri sociali. Con l’intervento dell’intera comunità agropastorale, chiamata a donare, si suggerisce da una parte l’idea che la mancata riparazione sia una sorta d’imperdonabile, colpevole collusione mentre dall’altra si contengono smottamenti sociali in grado di perturbare un sistema di organizzazioni molto più ampie.

Gli studi di Clara Gallini

I riferimenti al dono, nella Sardegna dei trattati di Clara Gallini, sono intriganti digressioni sulle feste di novena in Sardegna e sulle connessioni tra regalo e malocchio. L’antropologa, che si trasferisce a Cagliari dietro pressione di Ernesto de Martino, uno dei fondatori della discussa scuola antropologica all’Università di Cagliari, teorizza sulla reputazione di generosità di intere fazioni, dimostrando quanto la modernità possa dar vita al suo esatto contrario. Spiega il di più di sapienza accumulata che sta nel transito di un regalo, come atto di umanizzazione o come possibilità di interazione sociale. Dimostra quanto sia possibile trafficare l’arte del dono per comprare l’altro o per naturalizzarlo.

E nel dono inviato, pratica estremamente diffusa, termometro preciso di rapporti di vicinato, mostra come l’oggetto sospeso tra donatore e ricevente, si carichi di un valore dinamico. Tra i diversi significati che arrivano da lontano, viaggiando sulle ruote del cavallo di Troia, facciamo esperienza della scivolosa dualità che persiste in ogni elargizione. Scopriamo quanto alcuni doni siano recapitati per tacitare la coscienza o quanto altri intendano invece coprire una colpa. Negli strati della storia millenaria dell’isola restano incise prove schiaccianti di doni sproporzionati al ceto sociale di chi li riceve, l’atroce banalità del dono e del suo contrario: la sottrazione di proprietà. Gratuità apparenti complicano la linea fragile dei rapporti di fiducia, l’arcaico appare come qualcosa di rimosso che insiste, in forme invisibili, a vivere nel moderno.

Anna Maria Turra

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