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Nel regno dei giganti del mare

Il Canyon di Caprera è un sito di grande interesse scientifico. È popolato da balenottere, capodogli, stenelle e tursiopi

Canyon di Caprera

Dalla superficie increspata del blu del mare non si può immaginare che lì sotto si nasconda un tesoro inestimabile. Di biodiversità marine, di specie pelagiche che ne fanno un’area di assoluto interesse scientifico per ricercatori e biologi marini. Ci troviamo a trenta miglia nautiche dal faro di Capo Ferro a Porto Cervo, in un sito che è stato denominato Canyon sottomarino di Caprera.

Gli studiosi hanno scoperto che l’area è frequentata da sette specie di cetacei su otto presenti nel bacino occidentale del Mediterraneo. Dalla balenottera comune al capodoglio, dallo zinio al grampo, dal delfino comune fino alla stenella striata per arrivare al tursiope. Dall’osservazione scientifica è stato possibile capire come l’area, per tutte le specie avvistate, risulti essere una zona di allevamento e alimentazione dei piccoli.

Il motore di tutta la catena alimentare della zona è una particolare dinamica oceanografica di mare aperto che si crea grazie ad un sistema di correnti (Giro di Bonifacio).  Il canyon di Caprera è il più grande sistema di canyon sottomarini a largo della costa nordorientale della Sardegna. Con profondità che variano dai duecento metri del Canyon ai circa 1500 metri della Piana di Olbia con scarpate, valli, catene montuose e pareti molto ripide. Dal 2019 One Ocean Foundation è impegnata nel progetto di ricerca scientifica sulla zona grazie al supporto di enti di ricerca e università per raccogliere dati scientifici sui cetacei e sui pericoli dell’inquinamento.

Il Centro CMRE (Centro per la Ricerca e Sperimentazione Marittima) di La Spezia, l’Università dell’Insubria e l’associazione SeaMe Sardinia. L’obiettivo è quello, attraverso gli studi, di far rientrare il Canyon nelle cosiddette (IMMA) Area per Mammiferi Marini grazie alla quale si garantirebbe una maggiore tutela per uno dei siti di ricerca più importanti del Mediterraneo.

Davide Mosca

Credits

  • Ph Marcello Chiodino

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