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Maria Lai, gli anni di formazione di un’artista straordinaria

“L’artista rimane sempre un essere umano imbranato e un po’ svitato che però, sa sognare l’impossibile.” Maria Lai

Maria Lai

Lei era così. Non solitaria perché emarginata, ma come tanti bambini, per scelta. Amava semplicemente ascoltare sé stessa interpretando i segreti che la natura sa confidare. Esploratrice curiosa sin dai primi anni di vita. Nel 1919 Maria Lai nacque a Ulassai, nell’Ogliastra. Ospite dagli zii per problemi di salute, nel periodo estivo dai 2 ai 9 anni trascorse un’infanzia bucolica nella pianura del Gairo trovando nel disegno la soluzione contro la monotonia. “C’è chi viene al mondo con una particolare esigenza di esserne fuori, di non rispondere alle leggi che governano la società. Scopre che qualunque assetto gli è proibito. Inizialmente si sente condannato. Quando però ne divieni consapevole, sei salvo. È essere universali, più vasti. È lì la felicità.” Sono queste le parole che Lai utilizza per introdurci alla sua visione di vita. Fin da quando ne ha memoria, ha sempre percepito questo bisogno irrefrenabile di evadere. Rompere la routine, fuggire, anche a costo di divenire estranea ai suoi cari. “Perché ti nascondi? Non ti amiamo abbastanza?” esordivano i suoi zii vedendola assente, ansiosa di raggiungere la sua dimensione. Il senso di colpa le fece credere di star tradendo chi l’amava, ma presto capì che per lei era inevitabile prendere le distanze dall’amore. “Non sopporto di essere amata più di tanto. Il vero amore è quello che aiuta l’altro ad essere libero”. Col tempo la famiglia si accorse dell’importanza che si celava dietro questo approccio a loro insolito, capendo che si trattava di pura esigenza. Fame di libertà.

Un’infanzia libera

Un colorato e insolito episodio, influenzò la sua prima età e il resto della sua arte ed esistenza. Per un anno e mezzo fu una fedele allieva di una comitiva di acrobati e giocolieri stanziatosi nei pressi della casa degli zii. Con loro imparò a ballare, a girare sulle punte, a volare. L’artista dichiara fu un periodo indimenticabile, a tal punto che arrivato il giorno della loro partenza, d’accordo con gli altri bambini, si nascose nei pesanti carrozzoni e lasciò la pianura insieme a loro. La sua fuga fu scoperta soltanto la notte, quando i suoi zii l’aspettarono a casa senza rimproverarla. “Io continuai a viaggiare con la fantasia su quei carrozzoni, e forse ci viaggio ancora.”
Nel 1928 una disgrazia colpì la sua famiglia. In seguito a un’accusa di omicidio per aver sparato al vicino di casa, lo zio di Maria si tolse la vita e lei fu costretta a tornare a Ulassai. Cinque anni più tardi venne a mancare anche la sorella Cornelia, ma quell’anno, il 1933, oltre a portare immenso dispiacere nel suo giovane cuore, accese il suo interesse verso il mondo dell’arte.
Allo scopo di commissionare un ritratto in onore della sorella, posò per Francesco Ciusa, artista che alimentò la sua passione. Più tardi i genitori decisero di iscriverla alle medie, nonostante non avesse frequentato né asilo né scuola primaria. Tra i docenti, la ragazza conosce Salvatore Cambosu, scrittore e giornalista sardo che le trasmetterà il fascino della parola, segnando un periodo che formerà la sua personalità. “Da bambina timida, imbranata e balorda, leggendo poesia divenni disinvolta e felice”. L’artista ritrovò poi Cambosu nei momenti più difficili della sua vita trasformando il loro rapporto, con il passare degli anni, in una solida e profonda amicizia.

L’adolescenza

Nata negli anni Venti del Novecento, avrebbe potuto semplicemente rimanere fedele a un’esistenza già scritta, moglie e madre, le più alte aspirazioni di una donna per la visione maschilista di quell’epoca. Maria Lai decide di stravolgere il suo destino, e nel 1939 assetata d’indipendenza, si trasferisce a Roma per frequentare il Liceo Artistico di Via di Ripetta. Affinate le sue capacità e tecniche artistiche viene notata per il suo talento, decidendo così di procedere i suoi studi.

Lo scoppio della guerra fu devastante e nonostante il padre la incaricò di frequentare le lezioni a Verona, lei dirottò il suo avvenire alla Serenissima. A ventitré anni fece il suo ingresso all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove conobbe il celebre docente di scultura Arturo Martini. Figlio di una generazione che non lasciava spazio femminile nell’arte, ironizzava sulla serietà con la quale Lai intraprendeva gli studi, affermando che “l’arte è per pochi e bisogna rendere le cose il più difficili possibile; se si resisti, allora, forse puoi definirti artista”. La sua severità fece in modo che Lai apprendesse con fermezza i preziosi e fondamentali insegnamenti di vita che solo quell’uomo seppe darle. “L’arte non è un oggetto da possedere” (Maria Lai), “…ricevi la palla e la butti lontano” (Arturo Martini).

Il ritorno alla sua terra

Dopo aver terminato i tre anni di studi, la fine della guerra e una temporanea sosta a Verona, tornò a Cagliari con tutt’altro spirito. Non riponeva più fiducia nella necessità dell’arte. Influenzata anche da Martini che affermava la scultura fosse ormai soltanto arte da cimitero. Lai non sapeva che fare della sua vita. Il suo ritorno, dopo i tre anni passati nell’angoscia della sua famiglia, non prometteva alcuna speranza di una nuova partenza. Nel 1946 divenne insegnante presso l’Istituto Tecnico femminile di Cagliari fino al 1949. Le si prospettava una vita normale, dicevano, ma lei era infelice. Infelice a tal punto che si ammalò. Non era depressione, era voglia indomabile e repressa di sentirsi viva. “Non è giusto che io muoia. Ho avuto una vita felice fino ad ora. Ho avuto tanto, ho visto morire tanta gente, perché devo morire anche io?” Maria Lai non si diede per vinta e, dando voce alle parole del suo caro e ormai amico, insegnante Cambosu, iniziò a programmare nell’ombra la sua imminente partenza lontano dagli occhi dei suoi cari. Salvatore Cambosu, con il quale aveva riallacciato i rapporti durante questo suo “periodo sardo”, era l’unico che desse fiducia alla sua carriera artistica, nonostante l’opinione sociale ritenesse che il connubio donna-arte fosse improponibile. Un ennesimo, macabro avvenimento però, colpì il nucleo famigliare con la tragica morte del fratello Lorenzo. Vittima di un’imboscata, nel 1955 perse la vita in uno scontro armato in seguito a numerose ferite d’arma da fuoco. Il tentato sequestro di persona, che vedeva come unico scopo una possibile estorsione, risultò fatale per Lorenzo, tramortito tra le lacrime del fratello Gianni. Quest’evento fu la dimostrazione oggettiva dell’incredibile brevità della vita umana, e Lai non aveva intenzione di perdere altro tempo a inseguire un’esistenza che non sentiva sua. Preoccupata di deludere il padre, che mai le impose la sua volontà limitandosi a preoccuparsi solo delle sue scelte, seguì definitivamente gli avanguardistici consigli di Cambosu e l’anno dopo tornò a Roma dove già ne 1957 tenne la sua prima mostra presso la galleria dell’Obelisco. “Non puoi tenere conto dei tuoi cari, se hai una direzione, vai, non guardarti indietro”. Il giornalista era convinto già dagli anni Quaranta, che essere sardi, preistorici e solitari, potesse diventare un privilegio in questa società globalizzata e frenetica. Affermazione che oggi sappiamo rivelatasi veritiera. Il mondo itinerante e straordinario della Sardegna avrebbe stregato e affascinato con le sue leggende e tradizioni. Due mesi prima che il letterato morisse, Maria Lai andò a trovarlo in ospedale dove, in seguito ad una chiacchierata durata più di un’ora, passarono un lasso di tempo quasi indefinibile guardandosi negli occhi, senza pronunciar parola. Da insegnante ad amico per la vita, Lai gli diede il suo ultimo addio con un bacio, gesto spontaneo e inaspettato che concluse il loro legame terreno nel 1962. (Sibilla Panfili)

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