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27 Novembre 2019

Letizia Battaglia – la storia di Palermo in un rullino


«Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino». Robert Capa


Robert Capa ha assolutamente ragione. Se si vuole inquadrare un oggetto o una figura, bisogna porsi nella giusta distanza e aspettare il momento più adatto. È questione di un attimo, e in men che non si dica la foto non è più la stessa di quella che l’occhio (e, di conseguenza, la mente) aveva previsto.



Dietro a quella frase, però, c’è dell’altro. Capa nel pronunciare quelle parole ha lasciato intendere un altro aspetto dell’essere un fotografo: essere lì, vivere quel momento e sentire quando è momento di fermare il tempo. È ciò che ha fatto Letizia Battaglia, che oltre a essere una fotoreporter, è una vera combattente. A raccontarla ci pensa Kim Longinotto con il documentario Shooting the Mafia, presentato a Milano in occasione della decima edizione del Weworld festival. L’evento è organizzato dall’associazione WeWorld Onlus, che da anni si occupa della condizione delle donne e dei bambini nel mondo.



La carriera di Letizia Battaglia parte ufficialmente negli anni verso la fine degli anni ‘60, quando decide di prendere in mano la macchina fotografica contribuendo con i suoi scatti ad arricchire le pagine della rivista L’Ora. Dopo essere stata per alcuni anni a Milano, decide di tornare a Palermo, una città che ha bisogno di tanto rullino per raccogliere tutto il patrimonio instaurato nel corso della storia.



Eppure la seconda metà del Novecento ha messo Palermo nella condizione di dover convivere con la paura, che in questo caso ha il volto di Cosa Nostra. La testimonianza di Letizia Battaglia da questo punto di vista è la perfetta dimostrazione della ferita che all’epoca faticava a rimarginarsi.



La fotografia ha il pregio (in alcuni casi si può parlare anche di fardello) di immortalare un’emozione, che può essere la gioia in un momento di svago, o il dolore di fronte alla morte. La sua fama cresce principalmente su quest’ultimo punto, con un repertorio d’immagini che descrivono l’orrore che ha travolto Palermo dagli anni ’70 in poi.



È storia quella fotografia che ritrae uno dei tanti momenti bui che ha coinvolto la città, il frammento che segna la scomparsa del Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella , il fratello dell’odierno Capo dello Stato Sergio Mattarella.



La Mafia, con la sua striscia di sangue e di delitti, andava per forza raccontata. E non solo per il diritto di cronaca, un servizio utile al cittadino e a una democrazia liberale come l’Italia, ma per quelle persone verso le quali spesso si dimentica del grande lavoro svolto da Letizia Battaglia.



Il contributo più grande si vede infatti quando al centro dell’obiettivo ci stanno figure umili, coloro che più di ogni altra si trovano a fronteggiare quel grosso macigno sociale che non smette di colpirle. I bambini, ad esempio, sono più volte raccontati nello sfondo di alcune zone corrose dal potere criminale, come il quartiere Zen.



Il discorso si fa ancora più interessante quando è la donna a essere messa a fuoco dall’autrice, nel pieno di un’emancipazione che, anche se a piccoli passi, comincia a migliorare la condizione di vita femminile.


Una delle foto più rappresentative è senza dubbio il ritratto del lutto di Rosaria Costa, la consorte di Vito Schifani , uno degli uomini della scorta che ha perso la vita insieme al magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morbillo, e i colleghi dell’arma Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. In quella foto il dolore spicca grazie alla scelta del chiaro scuro che divide in due il suo volto. La sofferenza, percepibile nei suoi occhi, le conferirà invece un coraggio che si tramuta in un discorso rivolto agli assassini di Capaci nella chiesa di San Domenico: «io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio». Una sfida così potente alla Mafia è il primo passo verso il cambiamento, l’esito di un lungo percorso tracciato dalle immagini di una donna altrettanto temeraria come Letizia Battaglia, la prima in Europa a ricevere il Premio Eugene Smith, ottenuto nel 1985 insieme alla collega americana Donna Ferrato.


Riccardo Lo Re

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