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Fargo, nella quarta stagione la famiglia Fadda

Nella serie prodotta da fratelli Coen la lotta per il potere nella città di Kansas City, nel Missouri. E le polemiche non sono mancate

Fargo

Succede di tutto in quella zona fredda tra il Minnesota e il Missouri. Chi ha avuto modo di percorrere la lunga epopea della serie di Fargo, potrà confermare. Ed è anche uno dei motivi che la rende una delle sorprese nel panorama televisivo americano, figlia di un film altrettanto geniale che portò ai fratelli Coen due Premi Oscar, uno dei quali proprio per la sceneggiatura. Ma in questi giorni la quarta stagione è balzata al centro del dibattito pubblico non tanto per la storia, bensì per i suoi protagonisti. L’iconografia del crimine ha da sempre dipinto l’Italia come uno dei suoi principali artefici. Fino a qui, nulla di eclatante, viste le innumerevoli trasposizioni, da Il Padrino a Quei bravi ragazzi, che sono passate per le sale lasciando, nel bene o nel male, un segno indelebile.

La storia

I problemi sono invece sorti quando al centro di questa quarta stagione, andata in onda su Sky Atlantic, sono state inserite delle figure inedite. Una famiglia di un’isola che poco ha a che fare con la Sicilia. I Fadda vengono dalla Sardegna, e ben presto prenderanno le redini di Kansas City dopo essere stata passata di mano di ben due volte. Prima era la comunità ebraica ad avere il potere sul mercato sommerso, poi sostituiti brutalmente (e qui, si vede già lo zampino tagliente dei Coen e dell’ideatore Noah Hawley) dagli irlandesi. E da qui, dopo un breve periodo, il passaggio agli italiani. Ma come sono saliti al potere, potevano facilmente perderlo. E infatti davanti al Joplin’s Department store, che per come viene proposto rappresenta il punto di incontro di due generazioni criminali, si presentano gli afroamericani, capitanati da Loy Cannon, che qui ha il volto di un inconsueto, ma talentuoso, Chris Rock.

Intrecci criminali

Da qui, non serve dirlo, si verrà a formare un lungo braccio di ferro, e solo uno, per merito proprio o della dea bendata, riuscirà a piegare l’altro al suo volere. Ed è meglio sottolineare l’ultimo aspetto di questo duro confronto, che è uno dei punti cruciali di Fargo. Il caso, l’episodio spaiato, il colpo di scena fuori contesto dettato dalla scelta del singolo, in balìa degli eventi. Tutto ciò compare in tutte le stagioni di Fargo, e ancor più in una storia che è spesso raccontata sotto la lente strategica dei suoi personaggi.

Il piano, che spesso nel cinema va a segno con sagacia e astuzia, nel contesto tipico dei Coen può cambiare rotta, incepparsi, e prendere tutt’altra direzione. Perché se c’è un punto debole dell’ambizione è quando la sicurezza sfocia nell’autocompiacimento di sé. Una corazza che poi si rivelerà debole nel corso della storia, perché è solo lei a dettare legge.

È solo finzione

A proposito di storia, il caso di Fargo ha riaperto una ferita che non sembra proprio volersi rimarginare. Tanti si sono chiesti, anche lecitamente, quanto la finzione vada ad attingersi sulla realtà, e quanto invece la realtà vada a emulare tutto ciò che viene mostrato su grande e piccolo schermo. La risposta non c’è.  E anche solo pensare che delle immagini possano davvero influenzare ogni nostra azione vuol dire ridurre tutto il discorso a un nesso causale sin troppo semplicistico sul tempo. Visti gli innumerevoli film d’azione o di genere crime, ci dovrebbero essere degli aumenti esponenziali di incidenti o di atti criminali. Fortunatamente, è tutto molto più complesso di così, e i dati sembrano confermarlo. Ma l’ondata d’indignazione non si è arrestata. Il j’accuse verso la figura dei Fadda (interpretati da Salvatore Esposito e Tommaso Ragno) è tra l’altro partita da fuori, da una comunità sarda in Canada che, guarda caso, ha il loro stesso cognome.

Lo stereotipo e il grottesco

Sembra essere scritto dai Coen, ma è tutto vero, insieme all’accusa di associare il  loro nome (e un popolo intero) a una cultura criminale che non li appartiene. Ma questo vuol dire non aver compreso lo stile narrativo degli autori. Allo stesso modo, potrebbero risentirsi i tedeschi per la famiglia mafiosa dei Gerhardt (seconda stagione); i poliziotti per alcuni personaggi ambigui o incapaci di andare a fondo al problema nella terza stagione; o anche le bionde per la raffigurazione sempliciotta del personaggio di Kirsten Dunst. La verità è che giocano sullo stereotipo con assoluta intelligenza. E lo fanno con una chiave ironica graffiante che sfocia anche nel grottesco, arrivando ad esagerare con i gesti e le azioni dei suoi personaggi. È difficile prendere sul serio le figure descritte dai Coen, ed è questo il bello del loro modo di reinventare un racconto  e un genere molto spesso ancorati con dei paletti che ci tengono al sicuro. Sciogliendosi da queste certezze, la finzione assume totale libertà dai suoi canoni. Un’originalità, come si vede nella nona puntata della serie, che va oltre ogni discussione frivola.

Riccardo Lo Re

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