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Antonio Marras e Maria Lai, Llencols de aigua, 2025 Magazzino Italian Art (ph. Marco Anelli)

text by Francesca Lombardi

May 20, 2026

Antonio Marras ci racconta la sua Sardegna e il rapporto speciale con Maria Lai

Lo stilista racconta il rapporto umano e artistico con l'artista sarda, il loro dialogo creativo tra moda e arte contemporanea e l’influenza profonda delle radici sarde nel suo percorso

Un incontro speciale con Antonio Marras che ripercorre il suo legame con Maria Lai, sottolineando come le comuni radici sarde abbiano favorito un rapporto umano e artistico profondo. Un confronto che ha inciso sul suo percorso, spingendolo ad ampliare la propria ricerca oltre la moda.

Lei ha conosciuto bene Maria Lai, cosa ama di questa artista? Ha avuto un peso il suo rapporto con Maria nella scelta di diventare artista oltre la moda?

La prima volta che ho sentito parlare di Maria Lai è stato a Roma: ne sono rimasto conquistato e le ho dedicato la mia prima collezione di Alta Moda nel 1996. Il nostro profondo rapporto ha cambiato la mia vita, non solo artistica: mi ha aperto un mondo nuovo, mi ha dato fiducia e mi ha insegnato a vedere oltre.

E a livello umano ci racconta qualcosa di lei?

Maria è stata spesso a casa nostra, nella piccola dependance, ex pollaio, da allora denominata ‘casetta di Maria Lai’. Mi ha dato le chiavi di una stanza segreta. Mi ha aperto un mondo che io non pensavo che neanche potesse esistere. Mi ha dato fiducia nel mio lavoro, ha voluto lavorare a dei progetti comuni e ci ha regalato Pensieri e parole, l’opera che ha realizzato sul muro di cemento di casa nostra. Io gli sono debitore di salute psichica e fisica e di immaginazione. Da quando non c’è più faccio fatica a parlare di lei senza stare male. Mi manca tantissimo. Maria era una piccola, piccolissima Jana, la fatina sarda tessitrice, rivoluzionaria, potente, autoritaria, generosa, determinata e tranchant. È stata una vera passionaria. Maria è la nostra Louise Bourgeois, e solo ora, dopo la sua morte, il mondo se ne sta accorgendo.

Antonio Marras and Maria Lai, 2003 Archivio Daniela Zedda ©Riccardo Spignesi

Il primo progetto insieme in Sardegna, Llencols de aigua, ce lo racconta?

Un’installazione nata più di vent’anni fa ad Alghero, sugli scogli della passeggiata. Rivederla all’inizio di quest’anno negli spazi di Magazzino Italian Art, a New York, immersa nella luce americana è stato molto emozionante. Un omaggio al girotondo di Matisse ma anche una versione quasi più intima, fruibile anche dall’interno, con tutti i fili penzolanti, quelli che Maria amava.

Una mostra vi vede di nuovo insieme, virtualmente…

Si intitola Paso Doble ed è allestita presso M77 Gallery a Milano. Come nel tradizionale passo a due di origine spagnola, ogni opera traccia il ritmo di un movimento che è insieme equilibrio e contrappunto, in un gioco di isolamenti e rimandi che si snodano negli spazi della galleria. Maria Lai disegna, dipinge, scolpisce, assembla fili, stoffa, libri, poesia e, soprattutto, concetti, mentre nelle mie opere ho sperimentato tanti tipi di linguaggio tra disegni, collage, ceramiche e altro.

Cosa ama della Sardegna?

È un imprinting genetico. Silenzio, paesaggio, malinconia, un segno inciso. Un’isola che sembra stare al centro di tutto e insieme lontanissima. Le mie radici non sono mai state un confine, ma una lingua segreta, un alfabeto intimo con cui continuo a leggere e raccontare il mondo.

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