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Domenico Cubeddu: una Sardegna dentro e fuori dal tempo
30 Marzo 2020

Domenico Cubeddu: una Sardegna dentro e fuori dal tempo


«Tutto si svolge attraverso la materia. - afferma lo scultore e ceramista Domenico Cubeddu - Si aggiunge e si toglie fino a raggiungere la forma e l’espressione desiderata coerente con uno stile che abbraccia passato più remoto, ricordi d’infanzia e avanguardie artistiche». La forma e la gestione dei colori sono tutte espressione di un’«alchimia» che caratterizza lo stile di un artigiano/artista. Come in ogni processo artistico, si pensi per esempio al disegno, l’elemento fondamentale è l’idea che si vuole concretizzare, che viene filtrata dallo studio, dalla tecnica e, infine, dall’esperienza con lambiente esterno, a cominciare dai ricordi di un tempo. Domenico Cubeddu nella sua bottega di Seneghe dal 2000 realizza opere di alto artigianato (Balentes, Mamuthones, Guerrieri...), mettendo al centro le più antiche tradizioni della Sardegna. Cubeddu non si ferma però qui. Guarda avanti e sperimenta con ogni mezzo, prendendo spunto dai grandi movimenti artistici locali e internazionali. Ma come ogni percorso, cerchiamo di capire come è iniziata questa avventura.



Da dove nasce la sua passione per la ceramica?


La passione per l’arte in generale nasce durante l’infanzia ma prende forma e coscienza sui banchi di scuola. Ho studiato all’Istituto d’arte di Oristano con un gruppo docente di altissimo livello sia didattico che dal punto di vista artistico.


Frequentavo i corsi di ceramica, e la materia mi ha sin da subito affascinato. Attualmente cerco di realizzare opere che rappresentano espressioni autentiche della mia terra; mi piace dar loro un carattere autentico, in modo che possano entrare nel panorama dell’artigianato artistico della Sardegna.



A proposito di questo, nelle sue opere si nota moltissimo il legame con la cultura sarda. Quali aspetti di questa tradizione lei riesce a tramutare in una scultura?


Ci sono davvero molti elementi all’interno dei quali si può scovare l’anima della Sardegna. A cominciare dall’unicità dell’ambiente naturale: le forme fantastiche delle rocce, i colori del mare e del cielo, la flora con le sue querce secolari e la fauna selvatica, senza dimenticare tutti i simboli arcaici e le opere artigianali che rimangono indelebili nel tempo.


Nella maggior parte delle mie opere sono presenti degli elementi che ricalcano in qualche maniera le strutture e simboli della cultura millenaria, vedi le dee madri, Domus de Janas e tanti altri. A mio avviso, ciò che conta è l’identità, perché così l’opera è immediatamente identificabile, un modo come un altro per comunicare le proprie origini, il continente Sardegna.



Una delle sue opere più caratteristiche e originali sono i Balentes, sui quali ancora oggi c’è un acceso dibattito. Su una cosa sembra esserci una convergenza di vedute, che sono personaggi “fuori dal tempo”, rientrando, di conseguenza, nella storia e in qualche modo anche nel mito, nel bene o nel male. Che ricordo ha di queste figure e perché ha deciso di ritrarli?


L’immagine dei Balentes è viva nei miei ricordi d’infanzia, li ricordo bene quando da bambino frequentavo l’asilo, in quel periodo si andava a piedi, non c’erano le macchine che ci sono oggi. Durante il tragitto, mi incantavo ad osservare i pastori che rientravano dalla campagna accompagnati da asini e cavalli.


Erano delle figure molto carismatiche; lo stesso fascino che provavo allora mi accompagna ancora quando li riproduco in ceramica, attraverso questo progetto cerco di riprodurre una sorta di spaccato sociale di quegli anni, dagli anni ’50 agli anni ’60.  Ecco, con queste figure ho cercato di riproporre un arco temporale ben preciso della nostra storia recente.



Che mi dice invece dei Mamuthones?


I Mamuthones accompagnano le figure dei Balentes. Sono proprio due figure che stanno bene assieme. Rappresentano sempre quel mondo pastorale che si trova all’interno dell’isola. Un mondo misterioso, e che per questo si porta appresso un certo fascino. Le mie opere puntano a questo: parlare di una Sardegna ricca di attrazione e mistero.



Ciò che si nota nelle sue sculture è una sorta di passione per la geometria e le sue forme. Un rimando al passato e alla cultura nuragica?


Certo, c’è un po’ di archeologia in queste forme. Tra i vari elementi che compongono la struttura dell’opera si percepisce un eco storico archeologico, presente, soprattutto, nelle figure dei guerrieri e in alcune rappresentazioni di animali. Tra gli altri aspetti della cultura del passato, guardo ovviamente ai nostri grandi maestri come Costantino Nivola, Francesco Ciusa, Antonio Amore e Pinuccio Sciola. Tutte le produzioni che ho realizzato e quelle in fase di progettazione in qualche maniera offrono anche uno spunto per compiere un viaggio originale verso gli elementi caratteristici della nostra cultura e delle avanguardie artistiche. Per esempio, adesso sto realizzando dei piatti per i quali sto prendendo ispirazioni da Nivola e da un pittore russo, Kazimir Severinovič Malevič, celebre per il Quadrato nero.



Che cos’è per lei l’artigianato artistico e come va preservato anche alla luce dei cambiamenti culturali odierni?


La manifattura avrà sempre un suo spazio, una sua nicchia di mercato, anche se culturalmente sta perdendo valore. La gente si sta abituando a porre l’attenzione ai prodotti meno impegnativi, dovuto anche al decadimento culturale che sta invadendo tutti i settori. L’artigianato artistico richiede tanta passione e il processo del lavoro, in tutti i suoi passaggi offre tante soddisfazioni.


Per un artista-artigiano che lavora con passione è sempre una gioia stare lì in bottega, ricordare, studiare, elaborare e sperimentare sempre qualcosa di nuovo. È indubbiamente un mondo molto affascinante.



Riccardo Lo Re


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