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Cabras, il museo in divenire

In provincia di Oristano continua la straordinaria opera del Museo Civico di Cabras, un polo per la custodia e la divulgazione di reperti archeologici della Sardegna

cabras museo

Quello di Cabras è un museo in divenire, situato nella provincia di Oristano è un polo di visioni integrate per la custodia e la divulgazione di reperti archeologici che nel tempo si sono presentati sul territorio sardo. Si chiama Civico Museo Archeologico di Cabras ma è il sistema di valorizzazione e ricerca di testimonianze di una civiltà millenaria sull’isola. Chiaro negli intenti come un gesto rivoluzionario, da subito, il museo ha dato prova di una personalità a sé stante. Pochi fronzoli, molte informazioni. Testimone, in un linguaggio moderno e preciso, di storie e di uomini che si consegnano ai nostri giorni con le loro esistenze complesse. Avvincenti.

L’esigenza di un punto di riferimento dell’archeologia nel Sinis ha posto il museo di Cabras come principale attrattore di un ingente patrimonio che oggi, sotto la guida di Carla Del Vais, ne manifesta la portata nel protocollo di sistema museale.

Muove i primi passi dall’idea di divenire museo di Tharros, il sito archeologico della provincia di Oristano, per ospitare in un luogo prossimo alla città punico-romana i materiali derivati dagli scavi condotti, nei decenni precedenti agli anni Settanta, da Gennaro Pesce, il grande protagonista dell’archeologia mediterranea del Novecento. Poi il patrimonio nel territorio comunale, arricchito da sempre nuove scoperte e da nuovi scavi, negli anni risulterà talmente consistente da attribuire a questa base il ruolo di centro di ricerca.

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L’edificio è stato costruito tra gli anni Settanta e Ottanta con i fondi della cassa per il Mezzogiorno su progetto dell’architetto Enzo Magnani di Roma, sostenuto dall’allora soprintendente Ferruccio Barreca. L’esposizione permanente si suddivide in diverse sezioni dedicate agli insediamenti di Cuccuru is Arrius e di Sa Osa, alla città di Tharros e al relitto di Mal di Ventre. In seguito, si è aggiunta la parte del complesso scultoreo di Mont’e Prama, patrimonio diviso tra il Museo archeologico nazionale di Cagliari, dove è custodita la gran parte dei Giganti rinvenuti a Mont’e Prama, esattamente nello stesso giorno in cui in Cina emersero dagli scavi i primi guerrieri dell’Esercito di terracotta. Un’acquisizione, quella dei Giganti, che pone il museo di Cabras costantemente al culmine della ribalta nazionale. Le statue immense di pugilatori, arcieri e guerrieri, alte fino a due metri e 30, da quando nel 1974 furono scoperte dall’aratro di un contadino, non smettono di smuovere, tra singolari coincidenze, il terreno su cui affondano radici antiche di una piccola isola. Ma la Sardegna appare sconfinata quando si avvale di questo polo museale di Cabras per polarizzare le testimonianze consegnate dagli scavi dalla preistoria al Medioevo. E il museo, in questa terra galleggiante, ha certamente un posizionamento culturale strategico: noto anche come Museo civico Giovanni Marongiu, ministro della Repubblica e grande sostenitore del progetto, punta dalle sue origini al rapporto col visitatore che viene percepito come qualcosa di fondamentale. Il museo infatti in uno spazio di comprensione, informa perentorio il visitatore della preziosità di una discendenza, la consegna allo sguardo attuale, genera una nuova esperienza contemporanea.

Nel progetto espositivo originario la valorizzazione dei reperti avviene per successioni storiche; le esposizioni, nella logica e nella geografia delle gesta dei popoli, si iscrivono nelle stratificazioni del tempo e appaiono leggibili, come semplificate in una sorta d’inevitabilità. Se ne coglie cronologia e topografia e oggi, che la necropoli di Mont’e Prama chiude un percorso che fino al 2012 contava già 12 mila presenze annue, si raggiunge superandolo il numero di 50 mila visite.

Poche supposizioni, molte informazioni, un’agilità sorprendente volta a schivare polemiche che ciclicamente si alzano come il Maestrale sulle questioni del rinvenimento più antico di quello di Pompei che risale a un periodo compreso tra il 950 e il 730 a.C.

Trovati per caso, i primi di quei diecimila frammenti di pietra che daranno il via ai Giganti di Mont’e Prama, non smettono di interrogare, dividere, affascinare. Ma il museo, nel suo ruolo di polo della cultura, non si attarda e provvede ad alimentare un dibattito sulla storia: a giganteggiare resta la ricerca. Così le statue dei Giganti vengono inquadrate nell’ambito del territorio del Sinis e del Campidano Maggiore, con uno sforzo teso a illustrare le peculiarità delle manifestazioni culturali locali, muovendo da indagini condotte negli anni Settanta a opera di Soprintendenza e Università di Cagliari. Un museo in divenire che attiene all’intelligenza umana che nell’archeologia rintraccia una possibilità di pratica al servizio dell’evoluzione. L’attualità di un messaggio, in una stanza fatta di stanze, accede a un iter storiografico attraverso intere generazioni, ne intercetta la portata nel tempo e, se è vero che tutto passa è vero anche che l’uomo, prodotto della propria esperienza, rende in un frammento archeologico la misura della grandezza di un’era. L’esistenza umana si staglia chiara e necessaria come uno spettacolo che pretende di continuare. Accade nella stanza dedicata alle Collezioni Sulis e Pulix, dove nel quadro delle produzioni artigianali le rappresentatività sembrano l’esempio perfetto di come tradizione e storia non muoiono: che siano pezzi di ciotole o di una statua di guerriero di oltre due metri, nel Museo di Cabras tutto semplicemente attesta l’incalcolabile valore della penisola del Sinis che spetta alla Sardegna. Ma qualcosa resta insondabile: quella preziosità maestosa dell’arcipelago di umanità che spetta all’inerme, strategica ed immortale penisola italica.

Anna Maria Turra

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