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Binishell, in Costa Paradiso il capolavoro di Dante Bini

Non si tratta di due cuori e una capanna per la storia tra Michelangelo Antonioni e Monica Vitti

Binishell

La casa da sogno, detta Binishell, vicino al mare della Costa Paradiso, è fatta di due cupole distinte per un unico amore scoccato come la mezzanotte nelle fiabe.

La tecnica del Binishell

La firma è di Dante Bini, architetto che detiene lo scettro di un nuovo modo di intendere lo spazio. Nel 1971 l’esplorazione della luna si è già da alcuni anni tramutata in una vera e propria conquista. Il giovane architetto racconta a Monica Vitti del suo recente progetto nato dopo una combattutissima partita a tennis. Le visioni si susseguono e i due parlano di cupole semplici come conchiglie rovesciate a terra, l’ecologia è già un imperativo e prende forma una diversa e più moderna interpretazione del contesto abitativo; forse per questo il modulo Bini verrà ripetuto per più di 1500 volte in 23 diversi paesi e studiato nelle università.

Originale quanto può esserlo una costruzione dalla base circolare che si erge come una sezione di sfera, la Binishell è il prodotto di una colata di cemento armato che la pressione dell’aria è in grado di forgiare. Una stregata Monica Vitti racconta a Michelangelo Antonioni la straordinarietà di questa architettura e immediatamente lui decide di regalargliela, come si regala un gioiello, dando il via ai lavori per qualcosa che il tempo e la ribalta definiranno un’icona.

Con rapidità e riserbo sovietico si esclude qualsiasi comunicazione coi media e nessuno sguardo indiscreto intralcia la costruzione di un nido tanto privato. I tre organizzano incontri e realizzano la casa dei sogni: una struttura che, sostenuta da molle e armature, si ergerà a simbolo dell’incontro tra passione e potere.

Poi la storia d’amore finisce anche se, nata sul set all’ombra della macchina da presa, sembrava eterna. E mentre gli amanti si lasciano, le due case, affacciate sul mare aperto dell’abbandono, cambiano continuamente proprietari.

L’opera ai giorni nostri

Oggi la villa è in stato di degrado e al centro di una petizione su change.org promossa da De Rebus Sardois, sito di arte e cultura. Ma le iniziative come le voci sono molteplici: si parla di farne un polo museale, il Fai ha inserito la cupola all’interno del progetto Bene del cuore, per accedere al fondo di banca Intesa per un’azione di mediazione con la proprietà. Insomma, molte energie si muovono attorno alle conchiglie incantate per riconsegnarle al centro di un interesse culturale che superi l’attuale degrado e ne ribadisca il loro valore.

Infatti, la villa, dichiarata nel 2015 luogo di interesse culturale dalla Soprintendenza, è ancora oggi oggetto di studi, di mostre e di un dibattito aperto in tutto il mondo sulla capacità interdisciplinare delle varie arti di raccontare la bellezza.

In uno scambio di processi creativi tra l’attrice e l’architetto è il cineasta che aggiunge valore e pragmatismo. Dove una disciplina s’interseca con un’altra e  accade un nuovo modo di raccontare. Molto si è detto su Dante Bini, archistar di fama mondiale, e sulla sua intesa con un i guru della cinematografia come paradigma della capacità dell’architetto di dialogare con l’ambiente in cui insedia le sue opere. Dante Bini da Los Angeles, dove il figlio gestisce uno tra i più importanti studi di architettura, più volte nel corso di collegamenti con gruppi di studio, dichiara un vibrante interesse al recupero dei vent’anni di abbandono della sua creazione.

Così come il set di un film partecipa alla sceneggiatura, lo spazio tra due cuori destinati a due posti distinti in un’unica celebre storia d’amore, diviene un nuovo modo di ricostruire la verità.

Anna Maria Turra

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