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Paolo Fresu: tra radici e nuvole

Paolo Fresu suona parecchio e ovunque. Da Parigi a Milano passando per il Sudafrica e poi con disinvoltura, preceduto dalla sua stessa fama e seguito da un amore incondizionato, tornando nuovamente a New York; dev’essere

Paolo Fresu suona parecchio e ovunque. Da Parigi a Milano passando per il Sudafrica e poi con disinvoltura, preceduto dalla sua stessa fama e seguito da un amore incondizionato, tornando nuovamente a New York; dev’essere per via del fatto che in molti ritengono che oltre ad essere un maestro assoluto dello strumento sia un uomo gentile e misurato che indossa quella cifra speciale che gli viene dalla sua terra: la Sardegna. Nato nella provincia di Sassari, da giovanissimo impara a suonare la tromba nella storica banda “Bernardo Demuro” di Berchidda. Ed è in questo luogo che dall’88 ogni estate riporta il festival da lui fondato, Time in Jazz, trasformando la sua terra d’origine nell’epicentro di un appuntamento dal prestigio internazionale.

Appare convinto, come Franco Cerri quando si trova a suonare nell’orchestra del suo idolo Gorni Kramer, che «nella vita devi essere al posto giusto nel momento giusto». Ma appare altrettanto chiaro che questo suo non farne una questione di responsabilità sia la conseguenza di una questione di appartenenza, come se l’essere “sardo” costituisse un unico, grande concetto a sé bastante. Ogni cosa di lui dichiara una sorta di imprescindibilità da questo dato, non solo la camicia impeccabile, fermata sul collo dalla coppia di tipici bottoni gioiello, simbolo dell’alto cerimoniale nell’abito tradizionale sardo.

«Amo suonare all’aperto – sostiene Paolo Fresu da Milano nel camerino del Teatro Carcano, prima dello spettacolo Tango Macondo, liberamente tratto da un romanzo di Salvatore Niffoi – eppure esistono artifici incantati di una coreografia d’insieme anche tra le tavole del palcoscenico.»

Molte delle mail scambiate tra Paolo Fresu e l’amico visionario, lo scrittore Salvatore Niffoi, sono in sardo. «Poi come d’incanto accade l’imperativo di diffondere la lingua sarda, il dovere di preservarla celebrandola. – sostiene Fresu – Come al festival dove, con il pretesto del jazz, si raccoglie letteratura e tradizione pescando intuizioni estetiche tra le citazioni di Pietro Casu, l’uomo di chiesa e il teorico che ha creato il vocabolario della nostra lingua, la Limba.»

Compositore e scrittore Paolo Fresu ritiene che la miglior ispirazione si colga proprio nella dimensione del viaggio. «Molti mi dicono “parto e non ci sarò per 10 giorni per nessuno”, io nel viaggio invece mi riconosco una grande capacità di narrare, esprimo, creo, scrivo e soprattutto comunico. Proprio in viaggio ho ideato il mio Cinquant’anni suonati, un tour evento di 50 concerti diversi in tutta la Sardegna, da nord a sud. In siti archeologici dall’energia surreale in una costante immersione tra storia e scenografie naturali straordinarie la cui acustica è sorprendentemente perfetta: ogni sera suonavo accanto a uno o più musicisti, tra le numerose collaborazioni della mia carriera esistono livelli di affiatamento davvero straordinari. È stata una prova di resistenza eccezionale ma insieme un’esperienza indimenticabile.»

Il tour diventa una raccolta che spazia dal jazz alla classica, dal pop alla sperimentazione; 5 cd e un dvd dal vivo e inediti per l’etichetta Tǔk Music che vengono venduti con Repubblica e l’Espresso. Un lavoro che vede Paolo Fresu e il Devil Quartet esibirsi lontano dai luoghi canonici di concerti e spettacoli, con 250 artisti provenienti da ogni parte del mondo, totalizzando 120mila spettatori che seguono le date dal vivo e in streaming.

Tra gli special guest nomi come Gianmaria Testa, Stefano Bollani, Richard Galliano, Antonello Salis, Uri Caine, Ornella Vanoni, Ralph Towner, Ludovico Einaudi, Lella Costa, Enrico Rava, Dave Douglas, Danilo Rea, Paola Turci e Ascanio Celestini.

Tra collaborazioni prestigiose, dischi realizzati, ponderosi progetti teatrali e premi vinti la scrittura resta per Paolo Fresu il canale di mediazione: un linguaggio che accosta il pentagramma, l’altro strumento della creatività. La musica siamo noi è il titolo del poetico libro uscito nel 2017, edito da Il Saggiatore, un’accorata testimonianza dell’impegno dell’uomo e dell’artista per il mondo di domani. Poesia e jazz per cuori curiosi è un libro di Rizzoli che procede per associazioni di idee sulla funzione dell’arte esplorando libertà, diversità ed accoglienza con le illustrazioni di Anna Godeassi.

Sposato a Berchidda, sotto una pioggia di petali colorati nel 2003, con la violinista Sonia Peana, sarda ma della catalana Alghero, i due spendono la loro visibilità in importanti operazioni di solidarietà. «Essere graziati dalla notorietà consegna potere e insieme una responsabilità: possiamo influenzare – dice Paolo Fresu con semplicità indicando lo strumento – ma ognuno a suo modo e coi propri mezzi può migliorare il proprio universo, è accaduto un miracolo potente con la forza di un paese intero come Berchidda, dove sembravano esserci solo pecore, filari di vermentino e una banda.»

La tromba, che tra gli ottoni è quello che suona nella parte più acuta del registro, definita un labiofono perché ad emettere il suono non è la vibrazione di un’ancia bensì quella delle due labbra del musicista, è lo strumento che in passato veniva utilizzato per operazioni di guerra. E in qualche modo Paolo Fresu ci informa che tra radici e nuvole ciascuno può levare il proprio acuto, divenire annuncio, rivoluzione. Potere.

Anna Maria Turra

Foto di Tommaso Le Pera