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L’impresa: dalla Sardegna a Parigi a bordo di un gommone

Roberto Pappalardo è partito dalla Gallura e ha raggiunto la Tour Eiffel dopo 43 giorni di navigazione

Roberto Pappalardo

L’impresa è di quelle straordinarie. Perché riuscire a sventolare la bandiera dei Quattro Mori sotto la Tour Eiffel, dopo essere arrivato in gommone dalla lontana Sardegna, non è certamente una cosa da poco. Roberto Pappalardo, manager e dirigente d’azienda di 64 anni, c’è riuscito ad agosto dopo ben 43 giorni di navigazione tra il Mediterraneo e i fiumi francesi.

Il manager, cresciuto tra Sassari e Cagliari e grande amante del mare, era partito dal porto più a nord della Sardegna, quello di Santa Teresa di Gallura. A bordo del suo piccolo gommone di sei metri, Pappalardo si è lasciato alle spalle le coste della sua isola, ha attraversato le Bocche di Bonifacio, ha costeggiato il sud della Corsica, ha puntato verso la Toscana e man mano è salito su, passando davanti alla Liguria e alla Costa Azzurra fino ad arrivare a Marsiglia, dove si è poi infilato nella foce del Rodano. Roberto Pappalardo ha così navigato lungo i canali e fiumi della Francia e, una volta arrivato nella Senna, ha puntato direttamente verso Parigi, dove ha poi sventolato, a metà agosto, la bandiera sarda ai piedi della Tour Eiffel.

In tutto, in questa sua straordinaria impresa, Roberto Pappalardo ha percorso un qualcosa come 2mila chilometri in 43 giorni. «Grazie al nostro vessillo che è sempre stato al mio fianco. I Quattro Mori sono stati d’aiuto quale simbolo di una direttrice costante dall’inizio del viaggio e sprono per arrivare sino alla meta – ha scritto su Instagram Pappalardo -. Durante il tragitto ci sono stati alcuni momenti complicati, ma diventa tutto facile quando stai realizzando ciò che più ti piace e ti rende felice ogni momento.
L’unica remora che si faceva largo nella mia mente era la sofferenza di chi nella mia isola, come dovunque, combatteva il malefico Covid, i distruttivi e purtroppo ricorrenti incendi, e pensavo a tutte le anime che non avevano la fortuna di essere felici come lo ero io».

Dario Budroni

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