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Il deserto rosa di Antonioni

La spiaggia rosa, situata nell’Arcipelago de La Maddalena, ritratta in Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni

Quando si parla della ricchezza della Sardegna, non si tiene spesso contro della gamma di colori contenuta nell’isola, soprattutto se si considerano alcune specificità territoriali come la spiaggia rosa, collocata a sud-est dell’isola di Budelli.

A seconda delle stagioni, la regione offre diverse identità, che si presentato a seconda delle sue gradazioni. Colori freddi come l’azzurro del mare della Costa Smeralda, o quelli caldi come le foglie autunnali che preannunciano l’arrivo dell’inverno, sono capaci di influenzare la nostra percezione della realtà. Può persino essere utilizzata per rappresentare una particolare emozione, o per raccontare il proprio punto di vista sul mondo.

Lo ha capito uno dei grandi registi italiani, Michelangelo Antonioni, in uno dei classici della storia del cinema, Deserto Rosso. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 1964 (dove vinse il Leone d’Oro), è il suo primo approccio al colore, dopo aver diretto film come L’avventura (1960) e L’eclisse (1962). Il passaggio dal bianco e nero non è solo un’innovazione tecnica, ma è soprattutto espressiva, come lo stesso regista dichiara durante la conferenza stampa del film a Venezia. «Nella vita moderna mi pare che il colore abbia preso un posto molto importante. Siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (…) e che la gente si stia accorgendo che la realtà è a colori».

Se si osserva Deserto Rosso da questa prospettiva, la messa in scena del film non sarebbe infatti la stessa senza le tonalità scelte da Antonioni. Il racconto espone una condizione critica della protagonista. Giuliana, interpretata magistralmente da Monica Vitti, si sente scomoda e inadeguata. Complice una relazione sentimentale in crisi (il marito è praticamente assente, con i pensieri rivolti solamente all’azienda), e una società industriale che Giuliana non riesce a comprendere.

In Deserto Rosso la civiltà cerca di affrontare il progresso, e solo chi riesce a coglierne l’essenza è in grado di sopravvivere. Emerge il fumo, il mormorio delle macchine, la foschia e gli scarti rilasciati da un’industria senza controllo, in un dipinto malinconico che ha solo un momento di gioia, anche se frutto della mente di Giuliana.

Ed è qui che entra in campo la spiaggia rosa, che già nel nome sembra essere un luogo di fantasia, creato ad hoc per soddisfare la curiosità del figlio Valerio.

È una delle sequenze più suggestive del film, che raccoglie la bellezza di una delle isole dell’arcipelago de La Maddalena.

Al centro di questa favola è una bambina senza nome. Anche lei, come Giuliana, è sola. Non le piace stare con gli adulti («le facevano paura»), e nemmeno con i propri coetanei, perché emulavano i comportamenti dei grandi. L’unico spazio dove si sentiva a proprio agio è «una piccola spiaggia lontana dal paese, dove il mare era trasparente, e la sabbia rosa». Questo effetto è possibile grazie ai granuli di sabbia che si depositano lungo la costa, che accoglie dei piccoli frammenti di un microrganismo chiamato Miniacina miniacea, che si deposita sulle piante acquatiche situate nel Mare Mediterraneo, per poi spostarsi verso riva. Sono le conchiglie a conferire quel colore, regalando una sensazione quasi paradisiaca.

Il posto si presta perfettamente come ambientazione del racconto, che mostra l’unico sprazzo di libertà possibile, un’armonia che favorisce i sensi e dove, al contrario delle macchine, «niente faceva rumore». Il veliero, visto in lontananza dalla ragazza, è un altro grande simbolo d’indipendenza, attirando l’attenzione del personaggio per via del suo carattere misterioso che ne determina fascino e magia. Per Giuliana resta l’amaro in bocca immaginarsi quel posto incantato, ma Antonioni lascia al pubblico un indizio fondamentale. La spiaggia rosa, a differenza di tutte le altre scene in Deserto Rosso, è l’unica in cui il colore mantiene la sua purezza, come a sottolineare che quell’isola, nata da un sogno, rappresenti l’unico barlume dove la natura si presenta senza filtri. Ed è lì, in Sardegna, pronta per essere scoperta.

Riccardo Lo Re

Il testo completo.

  • Giuliana: «C’era una bambina che viveva in un’isola. Stare con i grandi si annoiava, e poi le facevano paura. I ragazzi della sua età non le piacevano perché giocavano ai grandi. E così stava sempre sola, tra i cormorani, i gabbiani, conigli selvatici. Aveva scoperto una piccola spiaggia lontana dal paese, dove il mare era trasparente, e la sabbia rosa. Voleva bene quel posto. I colori erano così belli, e niente faceva rumore. Andava via quando anche il sole se ne andava. Una mattina, sul mare spuntò un veliero. Le barche che passavano di lì erano diverse generalmente, ma questo era un vero veliero, di quelli che hanno attraversato i mari e le tempeste di tutto il mondo. E anche, chissà, fuori dal mondo. Visto da lontano faceva uno splendido effetto. Da vicino, invece, diventava misterioso. A volte non si vedeva nessuno. Restò fermo pochi minuti, poi cominciò a virare, e si allontanò, silenziosamente come era venuto. La bambina era abituata a restare tra gli uomini, e non si stupì. Ma appena tornata a riva, ecco che! (il suono di un canto). Il mistero va bene, ma due sono troppi. Chi cantava? La spiaggia era deserta, come sempre. Eppure la voce era lì. Ora vicina. Ora lontana. A un certo momento le parve che venisse proprio dal mare. Una caletta tra le rocce. Tante rocce che non se n’era mai accorta. Erano come di carne, e la voce a quel punto era molto dolce».
  • Valerio: «Ma chi era che cantava? »
  • Giuliana: «Tutti cantavano». (Deserto Rosso, Michelangelo Antonioni, 1964)

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