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Creata in laboratorio la prima pelle umana per robot

La ricerca dell’Università di Tokyo rende le macchine ancora più umane Nel film L’uomo bicentenario Robin Williams vestiva i panni di Uno, un robot senziente che più di tutto desiderava essere una persona vera. Forse non

La ricerca dell’Università di Tokyo rende le macchine ancora più umane

Nel film L’uomo bicentenario Robin Williams vestiva i panni di Uno, un robot senziente che più di tutto desiderava essere una persona vera. Forse non siamo ancora in grado di sviluppare un’intelligenza artificiale così complessa da autodeterminarsi, ma certamente siamo in grado di “vestirne” una. Un recente studio condotto dai ricercatori dell’Università di Tokyo è riuscito a sviluppare un rivestimento per automi in vera pelle a partire da cellule umane coltivate in vitro. La ricerca è stata pubblicata il 9 giugno sulla rivista scientifica Matter ed è stata condotta dal professor Shoji Takeuchi e supportato dai finanziamenti di JSPS Grants-in-Aid for Scientific Research (KAKENHI) e del JSPS Grant-in-Aid for Early-Career Scientists (KAKENHI).

La pelle artificiale è stata ottenuta tramite una soluzione di collagene e fibroblasti dermici in cui è stato immerso un dito meccanico. Questa miscela, restringendosi, ha aderito al dito proprio come se si trattasse di un primer per la pittura, fornendo una base solida per lo strato successivo di cellule epidermiche. La pelle così ottenuta è sufficientemente elastica da sopportare i movimenti meccanici del dito ed è abbastanza spessa da risultare idrorepellente. Inoltre, se danneggiata la pelle ibrida ha capacità rigenerative autonome proprio come quella vera, e riesce a rimarginare i propri tessuti grazie all’aiuto di una benda di collagene.

Lo scopo del progetto è quello di rendere l’aspetto di robot e automi più simile a quello di un essere umano e quindi in grado di rapportarsi in maniera più efficiente e naturale nei confronti del pubblico, caratteristica utile soprattutto per le macchine che lavorano in ambito medico o nel settore dei servizi. Nonostante i risultati positivi la ricerca è ben lontana dall’essere conclusa: la pelle ibrida infatti risulta meno resistente di quella naturale e non può sopravvivere a lungo senza una continua manutenzione e apporto di sostanze nutritive. Il prossimo passo è quello di implementare processi più sofisticati nei tessuti, come neuroni sensoriali per il tatto, follicoli piliferi e ghiandole sudoripare.

Francesco di Nuzzo